Il Senso dellO STATO a cura di Salvatore Sfrecola

In barba agli interessi del cittadino contribuente.
Per ridurre i poteri delle Procure della Corte dei conti in campo un parlamentare che di finanza e controlli dimostra di saperne poco o niente.

Dice di non essere "un prestanome". E aggiunge "ho studiato, so tutto sul tema", come titola La Repubblica di oggi, a pagina 8. Ma quando viene incalzato dal giornalista, Antonello Caporale, che ricorda come il suo emendamento sulla Corte dei conti e sui poteri delle Procure regionale abbia destato "grande polemica politica" si defila. "Potrebbe utilmente parlarne con il presidente della Commissione, il collega Bruno. Conosce la materia", è la sua risposta.
Ma allora che ruolo ha avuto Maurizio Bernardo, parlamentare del Popolo della Libertà, classe 1963 (è nato il 3 giugno a Palermo), dottore in sociologia, imprenditore del marketing e della pubblicità, come si legge sul Sito della Camera, assegnato alla Commissione finanze?
Non vuole entrare nel merito. "Vorrei prendermi una giornata di riposo, riflettere, riparare nel silenzio. Avremo modo di spiegare". E quando Caporale azzarda che nell'emendamento ci sia "lo zampino di Tremonti", la risposta è ancora una volta dilatoria: "la prego, ne parli con l'onorevole Bruno". Insomma Bernardo ha tirato il sasso ed ha nascosto la mano. Ma il sasso chi glielo ha messo in mano, fidando nella sua evidente impreparazione giuridica e della scarsa sensibilità istituzionale, nonché dell'assoluto disinteresse per le aspettative del "cittadino contribuente" che da sempre pretende che le risorse che con proprio personale sacrificio, pagando imposte e tasse, ha messo a disposizione dell'autorità pubblica siano spese nell'interesse generale?
Questo disinteresse per il cittadino, che ha caratterizzato gran parte della classe politica italiana almeno dal secondo dopoguerra, si è accentuato oggi che i parlamentari vengono nominati e non eletti perché non c'è voto di preferenza e chi entra a Montecitorio o a Palazzo Madama acquisisce quel ruolo in virtù della sua collocazione in lista, quella che ha voluto il segretario del suo partito. Nessun merito nel successo, nessuna campagna elettorale alla "vota Antonio", come ci ha insegnato Totò con la gustosa piece del candidato, quando i voti si dovevano conquistare, uno ad uno, non solo nei confronti del partiti alleati ma anche dei compagni di lista, per poter rientrare nel numero dei seggi assegnati.
A pensarci bene l'intervista dell'On. Bernardo è terrificante. Su un tema, come quello delle garanzie che devono assistere la gestione del pubblico denaro, cioè di tutti, che attiene al funzionamento della magistratura che per prima è stata riordinata all'indomani dell'unificazione nazionale, il Parlamento è investito di modifiche destinate ad effetti negativi sulla legalità della gestione finanziaria e patrimoniale da un deputato che, richiesto di spiegare perché ha fatto quelle proposte, invita a parlarne al "collega Bruno. Conosce la materia".
Ogni ulteriore commento è superfluo. L'istituzione che è al centro del sistema costituzionale delle garanzie nella gestione del pubblico denaro viene trattata come un entucolo di periferia.
E nessuno si scandalizza!
30 luglio 2009

La potente lobby dei gestori degli stabilimenti balneari.
Quando lo Stato non valorizza i beni demaniali marittimi
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In prossimità dell'estate, ogni anno, torna alla ribalta il problema dei canoni demaniali marittimi, cioè delle somme che i gestori degli stabilimenti balneari o delle attività economiche (bar, ristoranti, ecc.) debbono allo Stato per effetto della utilizzazione, a fini imprenditoriali, di tratti di arenili.
I termini del problema sono i seguenti: lo Stato unico proprietario delle spiagge e del lido del mare, in quanto demanio necessario, può dare in concessione quei beni per uso turistico a fronte del pagamento di un canone, come si chiama l'affitto dei beni demaniali. Si tratta di somme spesso modeste, poche centinaia o migliaia di euro al massimo, poco più, come osserva oggi il Corriere della Sera, dell'importo di un abbonamento per una cabina di lusso.
Lo Stato ha tentato più volte di aumentare i canoni, sempre ostacolato dalla potente lobby dei gestori i cui argomenti sono di vario genere, complice un atteggiamento tollerante dell'amministrazione pubblica, prima quella marittima, oggi degli enti locali. In questi ambienti si sostiene, infatti, e la tesi è ovviamente ripresa dai gestori, che coloro che svolgono attività imprenditoriale sulle spiagge in realtà svolgono una funzione pubblica in quanto tengono pulito l'arenile ed assicurano la tutela dei bagnanti con servizi di assistenza vari, a cominciare dai bagnini. Di più, qualcuno afferma che non si può attraverso il canone far pagare una tassa ai gestori.
Occorre fare chiarezza in proposito.
In primo luogo c'è una regola fondamentale. Lo Stato proprietario del bene lo concede in uso per finalità imprenditoriali e quindi deve trarne una utilità che va rapportata al valore del bene. E' evidente, infatti, che una spiaggia al centro di una località turistica "in" non ha lo stesso valore imprenditoriale di una identica porzione di costa fuori del centro abitato. Ugualmente deve dirsi della conformazione della costa, se rocciosa o sabbiosa e, in questo caso, di quale dimensione.
Detto questo e considerato che il valore del bene, in quanto destinato ad attività produttive, dovrebbe determinare la misura del canone, lo Stato non dovrebbe considerare altro, neppure l'attività di pulizia dell'arenile (che, peraltro, è configurata nel disciplinare come un onere del concessionario), che sarebbe compito dello Stato o dell'ente locale assicurare per la sicurezza dei bagnanti, ove la spiaggia fosse totalmente "libera". Infatti la pulizia degli spazi per l'attività imprenditoriale turistico-ricreativa è esigenza che il gestore dovrebbe soddisfare anche se svolgesse l'attività in un locale chiuso o fornito di un giardino.
Ma ammesso che si debba considerare in una certa misura l'utilità pubblica, a fini generali, dello stabilimento balneare questa dovrebbe essere misurata e considerata nella determinazione del canone.
Da ultimo ho sentito ripetere più volte in ambienti di autorità che provvedono al rilascio delle concessioni demaniali marittime, che erano prima lo Stato, attraverso le Capitanerie di Porto, oggi gli enti locali, che attraverso il canone si farebbero pagare, di fatto, le imposte. Sciocchezza di proporzioni gigantesche, tanto, facevo notare a simili interlocutori, che se avessero affittato un loro immobile evidentemente ne avrebbero ricevuto un canone, mentre in caso di locazione ad imprenditori o professionisti questi avrebbero pagato le imposte per effetto dei guadagni conseguenti alla loro attività, Come i gestori degli stabilimenti balneari pagano le imposte sulla base dei guadagni che derivano dalla loro attività.
Con queste fantasiose elucubrazioni mentali lo Stato perde denaro che sarebbe necessario per la comunità. Un caso da Corte dei conti che, infatti, è intervenuta per sanzionare l'omessa individuazione, da parte delle regioni, delle aree di maggior pregio e, pertanto, meritevoli di canoni più elevati, e per la complessiva gestione del patrimonio demaniale marittimo sul quale l'Agenzia del Demanio dovrebbe assumere determinazioni più confacenti alla tenuta degli inventari ed alla valorizzazione dei beni. Lobby permettendo, ovviamente.

Difensori civici addio? 
La riforma Calderoli vorrebbe eliminare questa figura che media tra amministrazione e cittadini (in Europa, infatti, si chiama "Mediatore").
In origine si chiamava Ombudsman. Lo avevano inventato nei paesi del Nord Europa, in Svezia, per l'esattezza. Nel trattato dell'Unione europea il "Mediatore", nominato dal Parlamento, " abilitato a ricevere le denunce di qualsiasi cittadino dell'unione o di qualsiasi persona fisica o giuridica e risieda o abbia la sede sociale in uno Stato membro, e riguardanti casi di cattiva amministrazione nell'azione delle istituzioni o degli organi comunitari.. Ogni anno il mediatore presenta una relazione al Parlamento europeo sui risultati delle sue indagini" (art. 195). In Italia si chiama "difensore civico", per ricordare il defensor civitatis, magistrato cittadino introdotto nella prima metà del secolo quarto per difender i plebei delle città dagli abusi commessi contro di essi dagli honorati (i titolari delle cariche pubbliche), soprattutto per quanto riguardava la riscossione delle imposte. Esiste nelle regioni e nei comuni, che a volte si consorziano per avere un unico soggetto deputato a questo compito. Che è quello di rappresentare alle pubbliche amministrazioni le doglianze che gli vengono rappresentate dal cittadino. Non ha poteri coercitivi, ma con la sua autorevolezza ottiene spesso dalle amministrazioni il riconoscimento dei diritti dei cittadini, evitando che questi si rivolgono al giudice civile o amministrativo, con oneri per le amministrazioni e responsabilità. Anche sotto il profilo dell'immagine deteriore che le amministrazioni inadempienti in tal modo offrono al cittadino.
E' una figura utile senza dubbio, della quale ci si attendeva la messa a punto quanto ai poteri e il rafforzamento della struttura, perché il difensore civico abbia almeno un segretario e un archivio per poter seguire le "pratiche" e riferire agli organi espressivi della comunità, regionali, provinciali e comunali su quanto ha fatto e su ciò che ha potuto constatare attraverso la sua attività.
Invece la bozza di riforma del Ministro Calderoli, a quanti riferisce il Corriere della Sera di oggi, fra le altre cose che prevede, sulle quali torneremo, prevede l'abolizione dei difensori civici. È un errore anche di prospettiva, perché il cittadino percepisce immediatamente di essere espropriato di uno strumento di difesa contro gli atti della pubblica amministrazione lesivi di un proprio diritto o interesse che potrebbe essere ripristinato senza dover ricorrere al defatigante strumento giurisdizionale.
Perché, dunque, abolire una istituzione che esiste in tutti paesi d'Europa la quale, anzi, chiede agli Stati membri l'istituzione di un difensore civico nazionale, figura sulla quale ebbi modo di lavorare qualche anno fa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in proposito aveva istituito una commissione.
Una rete capillare di difensori civici sul territorio, a livello comunale, provinciale e regionale avrebbe, come ho accennato, il compito importante di fornire alla potere politico, al livello delle assemblee elettive, un monitoraggio importante delle situazioni che il cittadino lamenta come espressione di una cattiva amministrazione. In questo senso i difensori civici oltre a deflazionare il ricorso alla giurisdizione, ordinaria e amministrativa, sono dei sensori importanti della gestione pubblica, mettendo in condizione chi deve amministrare di conoscere come il cittadino percepisce le scelte fatte, con immediatezza, prima del momento elettorale.
"Conoscere per deliberare", diceva Luigi Einaudi studioso di economia e di storia, un piemontese avvezzo alla buona amministrazione, in apertura delle sue famose "Prediche inutili". Si chiedeva, di fronte ad espressioni del tipo: "la soluzione si trascina"; "il problema, una volta posto, deve essere risoluto"; "urge, non si può tardare oltre ad affrontare la questione", perché mai "il governo, perché il parlamento, perché il ministro competente tardano tanto?" Per giungere alla conclusione "come si può deliberare senza conoscere?", dacché è evidente che se le cose non vanno vuol dire che si è deciso senza conoscere.
Ad Einaudi ha fatto eco Giuseppe Medici in un aureo volumetto dal titolo "Conoscere per amministrare". Siamo sempre lì. Prima si pensa, poi si agisce.
Questi autorevoli moniti hanno evidentemente dimenticato i collaboratori del Ministro Calderoli i quali suggeriscono che si deliberi la soppressione dei difensori civici con scarsa conoscenza della realtà amministrativa che attraverso di essi può essere percepita e del ruolo che gli stessi ricoprono, nonostante la scarsità di mezzi e l'ostilità dell'amministrazione che assai poco li tollera e della politica che a stento li sopporta.
Riformare e compito difficile.

I componenti dureranno in carica tre anni.
La scorrettezza istituzionale del Ministro Bindi Istituito l’Osservatorio nazionale sulla famiglia a governo in crisi, alla vigilia delle elezioni.

Non entriamo nel merito delle scelte. Lo ha fatto Avvenire di oggi con un articolo di Francesco Riccardi, a pagina 11, con molta determinazione,richiamando alcune osservazioni dell’On. Luisa Capitanio Santolini, dell’Unione dei Democratici di Centro, che ha contestato le nomine fatte dal Ministro Rosy Bindi che, con decreto del 13 marzo scorso, ha individuato i componenti dell’Assemblea, del Comitato di coordinamento e del Consiglio tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia.
La nomina, con decorrenza dalla data di registrazione provvedimento, ha la durata di un triennio.
La formula della decorrenza è inusitata, in quanto, com’è noto, la decorrenza dei provvedimenti soggetti a registrazione è quella della data del decreto. Infatti, il visto della Corte dei conti rende efficace il provvedimento con effetti dalla data dello stesso.
In questa sede non interessa se le varie componenti culturali, in particolare quella cattolica, siano presenti in modo adeguato nel nuovo organismo, come ha contestato la Santolini.
Quel che è singolare è la nomina, effettuata a governo in crisi da tempo, ad un mese dalle elezioni dalle quali scaturità un nuovo esecutivo. Infatti, anche se dovesse rimanere l’attuale maggioranza il governo, nuovo a tutti gli effetti, si troverebbe nella situazione imbarazzante di accettare a scatola chiusa le scelte della Bindi o cambiare i componenti dell’Osservatorio che sono di nomina governativa.
È una cosa che in un Paese serio, nel quale vigono le regole del diritto ed il rispetto delle istituzioni, non si dovrebbe fare.
Eppure il Ministro delle politiche per la famiglia, che ha avuto tutto il tempo per dare corpo all’Osservatorio, previsto dall’articolo 1, commi 1250 e 1253 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria 2007), lo ha istituito con proprio decreto del 30 ottobre 2007, n. 242, con previsione della sua durata triennale, corrispondente al programma di attività, ed ha provveduto alle nomine solo il 13 scorso.
Un organismo pletorico, 46 membri, una sorta di piccolo Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è stato detto. E già il nome non porta bene, in quanto il CNEL, pur previsto dalla Costituzione all’art. 99, con funzioni indubbiamente rilevanti, tra cui quella di fornire consulenza alle Camere ed al Governo e assumere iniziative legislative, non riesce ad incidere sul dibattito e sulle decisioni delle une e dell’altro.
Non si fanno queste cose Ministro Bindi! In tempi di crisi si attende il nuovo governo. Temeva di essere accusata di non avervi provveduto? In effetti il tempo è stato poco, avrebbe potuto spiegare, e sarebbe stata una giustificazione migliore di quelle con le quali ha cercato di rintuzzare le polemiche con fare saccente e intollerante, more solito. E un po’ esibizionista come quel definirsi Rosy, quando all’anagrafe è Maria Rosaria, che forse nella toscana Sinalunga, dov’è nata e della quale ostenta l’accento, non è gradita. Più coerente Pannella, all’anagrafe Giacinto, che usava scrivere anche sui manifesti detto Marco.
29 marzo 2008

 Improprie “esternazioni” di Mancino (Vicepresidente del CSM) e Scotti (Sottosegretario alla giustizia) sul caso Mastella - Lonardo: è un problema di stile.
Mi hanno lasciato molto perplesso le dichiarazioni dell’On. Mancino, Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il quale, in margine alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’appello di Napoli, ha dato un giudizio severo sulla misura degli arresti domiciliari disposta dai magistrati di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di Sandra Lonardo Mastella, moglie dell’ex Guardasigilli dimessosi proprio a seguito di quell’inchiesta: “Personalmente - ha affermato Mancino - ritengo che non ci fossero quelle condizioni che legittimano la custodia cautelare”. Sulla stessa linea l’intervento, sempre a Napoli, del Sottosegretario alla Giustizia, Luigi Scotti, ex presidente del Tribunale di Roma: l’arresto della moglie di Mastella -dice- è “inconcepibile”.
Non entro nel merito della vicenda. Può darsi che Mancino e Scotti, che certamente hanno elementi maggiori di quelli acquisiti dalla stampa, abbiano pienamente ragione nel criticare severamente l’operato dei giudici. Ma essi non possono fare dichiarazioni “personali”, come privati cittadini. Essi, infatti, non sono privati cittadini, ricoprono cariche istituzionali rilevanti. Mancino, addirittura, quella di Vicepresidente dell’organo di autogoverno della Magistratura. Scotti, ex magistrato, è Sottosegretario alla giustizia.
Possiamo essere d’accordo con un’altra esternazione di Mancino: quelle ‘toghe’ che agiscono come ‘schegge’ sbagliando non possono coinvolgere “l’intera magistratura in un’attività che è destabilizzante sul piano generale”. Lo diciamo da tempo. Alcuni magistrati fanno male a se stessi ed all’intera Magistratura.
Tuttavia a Mancino ed a Scotti si richiede un riserbo che è misura di uno stile istituzionale che evidentemente è andato perduto nel degrado del costume che caratterizza questa stagione della Repubblica.
I coniugi Mastella hanno i loro avvocati ai quali è consentita ogni valutazione sull’operato dei giudici, anche la più critica. Hanno avuto la solidarietà personale e politica dei colleghi parlamentari.
Chi rappresenta le istituzioni mantenga il riserbo e l’equilibrio che dia pubblicamente conto del necessario equilibrio nell’esercizio delle delicatissime funzioni. Certe esternazioni costituiscono un vulnus all’immagine della stessa istituzione.
Un po’ di stile, perbacco! Imparate dal Senatore Giulio Andreotti, che ha stretto la mano al suo accusatore, in aula, davanti alle telecamere, nonostante l’immaginabile grandissima amarezza per le pesantissime accuse.
26 gennaio 2008

 Abbiamo toccato il fondo!
Con il punto esclamativo. Ero tentato di usare l’interrogativo perché questa classe politica, senza vergogna e senza pudore, chi riserverà senza dubbio novità negative. Non è bastata, infatti, la "monnezza" a svergognare l'Italia a livello mondiale. C’è voluto anche il Ministro della giustizia che, inquisito, si dimette ma resta in carica perché il Presidente del consiglio gli chiede di non lasciare la poltrona. Perché teme di perdere la sua!
Veramente abbiamo toccato il fondo! Nella “prima Repubblica” i ministri si rimettevano per un semplice avviso di garanzia, cioè per un atto formale adottato dal giudice per mettere in condizione il presunto responsabile di difendersi. Nella “seconda Repubblica” il Ministro della giustizia, il responsabile del dicastero cui, in senso lato, fanno riferimento i giudici, rimane in carica nonostante sia inquisito e siano inquisiti parenti, famigli e sodali, per reati contro la pubblica amministrazione.
Chi crede nello Stato e lo vede ostaggio di questi politici di basso conio si sente umiliato ed offeso nella sua dignità di cittadino. Sono i politici i quali hanno consentito che una delle aree più belle del Paese diventasse un'immensa discarica a cielo aperto, con evidenti problemi di inquinamento ambientale e di salute, senza che nessuno sia intervenuto seriamente per far cessare questo scempio. E ancora non si è parlato dell'inquinamento delle falde acquifere cioè dell'acqua che beviamo e di quella, spesso maleodorante, con la quale vengono irrorate le campagne dalle quali provengono i prodotti che troviamo nei mercati di tutta Italia e in Europa.
E cosa dire dei parlamentari che applaudono il discorso del Ministro Mastella, non solo per le parole a difesa di se stesso, della propria famiglia e del proprio partito? Il fatto è che la solidarietà, giusta e dovuta sul piano umano, è venuta in concomitanza con i passaggi nei quali il Ministro si è scagliato contro l'operato della magistratura.
Il rapporto fra classe politica e giudici è difficile da sempre e in ogni parte del mondo. Il politico non accetta il controllo giudiziario. Eletto dal popolo, si sente onnipotente e ritiene che solo al popolo debba rispondere del suo operato. Ma in un ordinamento democratico e civile, in uno stato di diritto, il politico, come ogni altro cittadino risponde anche ai giudici per l'azione svolta quando essa è in contrasto con le leggi e l'interesse generale al buon funzionamento dell'amministrazione e alla tutela del denaro pubblico.
Ricordiamo che il Senatore Mastella, Ministro della Repubblica, è anche quello che si è speso, all'inizio del 2007, a difesa del famigerato emendamento Fuda alla legge finanziaria per il 2007, con il quale si cancellavano i processi e le inchieste della Corte dei conti per danno all'erario e che, se fosse rimasto nell'ordinamento (ma fu opportunamente abrogato con un tempestivo decreto-legge a seguito della rivolta dell’opinione pubblica), avrebbe reso praticamente impossibile l'azione del Pubblico Ministero presso la Corte dei conti nelle indagini a carico di quanti hanno prodotto danno all'erario.
In quelle frasi di Mastella, allora e ieri in Parlamento, c'è tutta una concezione della politica che le persone perbene istintivamente rifiutano. Una politica senza controlli, una politica assolutamente libera, non solo nelle decisioni che sono espressione della realizzazione dell’indirizzo politico, com'è giusto che sia, ma anche rispetto alle leggi che la stessa classe politica ha approvato.
È un momento difficile della vita dello Stato. Con un governo modesto (è un complimento!), e di un’opposizione modestissima. Ed è un complimento al Presidente Berlusconi, erede di un'esperienza governativa della quale si possono ricordare soltanto alcuni provvedimenti controversi. Un governo che ha avuto la maggioranza più ampia della storia d'Italia, mandata a casa per aver deluso, gravemente deluso, quanti l'avevano votata, ed oggi, all'opposizione, delude per la sua incapacità di rappresentare un’ipotesi alternativa all'attuale governo.
Un momento difficile. Per l'Italia, per i cittadini, tartassati da un sistema fiscale ingiusto, in presenza di un aumento del costo della vita che nella realtà percepita è senza dubbio superiore a quello che dicono gli indici ufficiali delle statistiche. Quelle statistiche che l'ex Ministro delle finanze Francesco Forte, illustre economista, ha detto di sospettare da tempo non essere veritiere.
Questa situazione non può durare a lungo. L'Italia intera è allo sfascio. Uno sfascio morale prima di tutto. E non si vede all’orizzonte un raggio di luce.
17 gennaio 2008

 C’è un giudice a Roma, stavolta si chiama Consiglio di Stato.
C’è un giudice a Roma, potrà adesso dire Angelo Maria Petroni allontanato dal Consiglio di amministrazione della RAI con una procedura che il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha giudicato illegittima e che il Consiglio di Stato ha ritenuto di non dover sospendere.
Fumus boni iuris, diciamo noi giuristi richiamando il noto brocardo romano quando la questione appare, ad una prima, sia pur sommaria, valutazione di una ragionevole consistenza o inconsistenza. Per cui nella procedura cautelare, che attiene alla decisione sulla richiesta del Ministero dell’economia, l’istanza di sospensiva è stata considerata priva della necessaria fondatezza, cioè del fumus boni iuris oltre che del periculum in mora, un apprezzabile rischio per l’appellante Ministero e per la RAI a seguito del reintegro di Petroni deciso dal TAR.
I giudici di Palazzo Spada, infatti, hanno ritenuto che non sussistessero le condizioni per sospendere l’efficacia della sentenza del TAR che il Ministero dell’economia aveva richiesto, in attesa della decisione nel merito del Consiglio di Stato, e sulla quale l’Avvocatura generale dello Stato si era spesa molto, tra l’altro contestando la giurisdizione del giudice amministrativo nella vicenda, per essere la RAI società privata, sia pure a capitale pubblico. Tesi ardita, ma comprensibile per evidenti esigenze difensive dell’Amministrazione, in quanto da tempo la Cassazione, che è il giudice della giurisdizione, ha aperto alla competenza del giudice amministrativo ogni volta che vi siano interessi pubblici in campo. Come nel caso della giurisdizione della Corte dei conti in materia di danni erariali, finalmente riconosciuta dalle Sezioni Unite anche in caso di gestione in forma privata di risorse pubbliche.
C’è, dunque, un giudice a Roma, che tiene a bada i prepotenti manomissori delle regole del diritto, delle procedure di garanzia che, come nel caso di Petroni, in considerazione della funzione pubblica del servizio radiotelevisivo, prevede il coinvolgimento della Commissione parlamentare di vigilanza nella nomina del Consigliere di amministrazione RAI di pertinenza del Ministero dell’economia che della società è azionista unico.
Intanto la polemica monta anche con considerazioni di basso livello giuridico, che vuol dire di scarsa consistenza politica, che, per carità di patria, in questa occasione mette conto non approfondire.
Petroni, epistemologo delle scienze umane e filosofo, corre adesso un solo rischio, quello di riempire pagine e pagine di giornali e di google delle polemiche legate alla vicenda RAI piuttosto che di riferimenti ai suoi scritti scientifici che gli hanno fatto meritare la cattedra e lo hanno collocato nel circuito dei più noti studiosi di filosofia.
Un’ultima considerazione per connessione, si direbbe in linguaggio processuale. Che dire dell’ex Ministro Castelli che accusa Padoa Schioppa di abuso d’ufficio (Corriere della Sera di oggi, a pagina 10), quel reato che qualche giorno fa, in occasione delle indagini sul Sindaco Moratti per l’attribuzione di funzioni dirigenziali ad certo numero di estranei all’amministrazione, auspicava fosse soppresso!
5 dicembre 2007

 La rivolta dei taxi. L’impotenza del potere.
Il blocco del centro di Roma ieri, in ostaggio dei tassisti della Capitale, è prova inequivocabile dell’impotenza del potere che accetta di essere ricattato da una categoria di lavoratori che, tra l’altro, assicura un pessimo servizio alla cittadinanza.
Perché questa è la verità. A Roma trovare un taxi è sempre difficile, impossibile se piove. D’estate i taxi viaggiano senz’aria condizionata “perché fa male”. In realtà l’auto consuma un po’ di più. Niente aria condizionata, niente mance, è diventata da alcuni anni la mia regola. Per non dire che i percorsi dei taxi sembrano spesso gite turistiche in città, con scelta degli itinerari segnati dal traffico più intenso.
Di fronte a questa situazione, i partiti giocano sulla pelle dei cittadini una partita che vale poche migliaia di voti ma l’immagine stessa della Città.
Poche migliaia di voti che dimostrano l’inconsistenza politica di chi guida i partiti nella Capitale, con una visione miope del problema, un’incapacità di guardare oltre. “Da un punto di vista strategico – scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera di oggi, in apertura della cronaca di Roma – una forza conservatrice matura si accolla gravi rischi assecondando o addirittura avallando forme di lotta così inconciliabili con la convivenza civile”. Il riferimento è ad Alleanza Nazionale e alla Destra, tradizionalmente vicini ai tassisti. Ma forse si gioca solo allo sfacio.
Questi “difensori” dei tassisti sussurrano all’orecchio che difendono chi spesso sarebbe stato costretto ad esborsi impropri per l’assegnazione delle licenze, un linguaggio oscuro che forse fa intendere che ci siano stati illeciti, non è chiaro a quali livelli ed in quale forma, per la “conquista” di un posto in macchina.
Se è così, la strada non è quella di perpetuare un monopolio che forse è all’origine di certe situazioni poco chiare, ma di aprire il mercato in termini fisiologici e compatibili con il ruolo della Città e denunciare alla competente autorità giudiziaria gli illeciti che tanto fumosamente si evocano.
Se poi non è vero, come mi auguro, è evidente che è inammissibile quanto è accaduto.
E poiché in questa stagione va di moda evocare Sarkozy, ricordiamo che, da Ministro degli interni, in occasione dello sciopero dei TIR che bloccavano le strade di Francia viaggiando a velocità ridotta, disse chiaro che nessuno avrebbe mai ostacolato lo sciopero in un Paese culla della democrazia, ma non sarebbe stato assolutamente tollerato l’intasamento delle strade che costituisce un illecito.
Gli autotrasportatori capirono al volo e la protesta s’incamminò sulla strada di un civile confronto tra le parti sociali.
Avranno Veltroni ed i partiti uno scatto d’orgoglio necessario per interpretare la loro funzione?
A proposito, gli operatori della Polizia Municipale hanno provveduto a multare chi ha intasato il centro storico parcheggiando le macchine al cento di piazze e strade. La protesta costa anche per chi sciopera. In questo caso il costo è la multa.
29 novembre 2007

 Daniele Paladini, un eroe.
Pacifisti smentiti a Pagman, ad una ventina di chilometri da Kabul, dove l’inaugurazione di un ponte realizzato dai militari italiani, tra un tripudio di folla, è stata l’occasione per una strage, nella quale ha perso la vita Daniele Paladini, un sottufficiale italiano del genio pontieri che, avendo identificato il kamikaze che stava per farsi esplodere in vicinanza di alcuni bambini gli si è fatto incontro per fermarlo ed è rimasto travolto dall’esplosione, con altri colleghi più fortunati di lui.
Un eroe certamente, come credo fermamente debba essere qualificato chi si comporta come Paladini. Dacché eroe è “chi, in imprese guerresche o di altro genere, dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie”, ovvero “chi dà prova di grande abnegazione e di spirito di sacrificio per un nobile ideale” (Vocabolario della lingua italiana dell’Istituto Treccani, vol. II, 303). E certamente nobile ideale è stato l’avere messo a repentaglio la propria vita per salvarne altre, com’è avvenuto.
Attendiamo le reazioni delle autorità, se l’apprezzamento per il gesto, espresso a caldo un po’ da tutti, si tradurrà in un riconoscimento ufficiale per il gesto nobilissimo del militare, da parte di un governo nel quale è presente una significativa istanza pacifista, il più delle volte a senso unico, certamente in sintonia con quanto ha scritto Bertolt Brecht, secondo il quale è “beata la terra che non ha bisogno di eroi”.
Una frase che ho sempre ritenuto sciocca, perché gli eroi non si vedono solo in guerra o nelle aree di conflitti, come in Afghanistan oggi, ma anche nella vita di tutti i giorni, quando qualcuno mette a repentaglio la propria vita per salvare la persona debole aggredita da un violento o chi sta per essere travolto da un’auto o da un treno o si getta tra le fiamme per portare in salvo il bimbo o l’invalido impossibilitato a fuggire dal pericolo.
Gesti di altruismo, di grande carità, dei quali le cronache sono ricche, perché di eroi non possiamo fare a meno in alcune circostanze.
L’occasione di un gesto incontrovertibilmente eroico m’induce ad esprimere il mio dissenso da certe ricompense conferite in passato a chi ha perso la vita nel corso di ordinarie operazioni militari o di polizia.
Intendiamoci bene. La vita è il bene più prezioso e perderla al servizio del Paese costituisce un dramma che merita un solenne riconoscimento, anche con aiuti concreti alle famiglie che hanno perduto un loro caro. Un riconoscimento che, tuttavia, non può essere costituito dalla medaglia d’oro al valor militare, che è deputata a premiare un gesto straordinario, che abbia consentito di salvare altre vite o di raggiungere un obiettivo di grande importanza politico militare.
Se non vi è lo strumento giuridico per questi riconoscimenti si creino. Ma la medaglia al valor militare o civile deve compensare un gesto effettivamente eroico, altruistico, secondo la tradizione di un grande popolo, come quello del Maresciallo Paladini, che non ha pensato alla sua vita per salvare altre vite.
25 novembre 2007

 A proposito di un editoriale di Sergio Romano. Cosa “frantuma” la politica.
Mi dispiace di dover dissentire, per la seconda volta a distanza di due giorni da Sergio Romano, che stimo molto, tanto che spesso ne cito osservazioni e commenti, soprattutto politici e storici, per la verità. Ieri avevo criticato la sua risposta ad un lettore del Corriere della Sera in tema di famiglia (nella rubrica “a ruota libera” nel sito www.lafamiglianellasocieta.org), oggi dissento dalle conclusioni di un pur lucidissimo editoriale “La politica in frammenti” del 18 novembre, sempre sul Corriere.
In questo caso il mio dissenso nasce da alcune considerazioni in materia istituzionale. Romano si sofferma sul dibattito in Senato sulla legge finanziaria per giungere alla conclusione che “non esistono in Italia le condizioni istituzionali per una politica economica coerente, ispirata da una visione organica, quale che sia, delle esigenze nazionali”. Verissimo. La frammentazione politica rende da tempo discontinua l’azione delle maggioranze. Avviene oggi con il proliferare dei partiti che necessariamente rivendicano ciascuno un proprio spazio, avveniva ieri quando i maggiori partiti di governo, soprattutto il democristiano ed il socialista, erano articolati in correnti che rappresentavano spesso orientamenti ideologici molto distanti tra loro, tanto da esigere una specifica visibilità con l’introduzione, soprattutto in leggi di carattere sociale, di normative e provvidenze ritenute da quelle minoranze rispondenti alle esigenze dell’elettorato di riferimento. Così accadeva, e accade, come rileva giustamente Romano che “non appena arriva in Parlamento, la legge [finanziaria, ma lo stesso accade per ogni altra proposta di legge] viene frantumata in tanti pezzi quante sono le materie su cui è possibile avviare un negoziato. Non si discute della sua filosofia. Non si cerca di accertare se le norme corrispondano a un disegno complessivo e siano adatte a raggiungere obiettivi di interesse generale. Si apre una gara in cui ciascuno cerca di lasciare un segno della propria influenza e di ottenere risultati da tradurre in voti e consensi. Dietro l'alluvione degli emendamenti si nasconde una pluralità di motivazioni ideologiche, corporative o clientelari. Ogni partito, se non addirittura ogni parlamentare, gioca per se stesso. Non esistono più maggioranza e opposizione. Ogni voto può essere decisivo e avere un prezzo. La discussione del bilancio, vale a dire il momento più importante dell'attività di un organo legislativo, diventa una fiera degli scambi e del baratto”.
È un’analisi correttissima. Come l’osservazione che, con riferimento alle posizioni di Lamberto Dini, ”un sistema politico in cui un partito di tre persone può essere decisivo non corrisponde agli interessi della nazione”. Per giungere alla conclusione che “il vero nodo, da cui dipende il futuro del Paese, è una riforma costituzionale che sottragga il presidente del Consiglio al continuo ricatto dei suoi ministri e il governo al continuo ricatto di un Parlamento frammentato, capace soltanto di esprimere la somma algebrica di interessi particolari”.
Qui dissento. La frammentazione dei partiti ed il suo effetto negativo sulla governabilità del Paese non è un problema esclusivamente e neppure prevalentemente costituzionale, anche perché ogni limitazione della libertà di espressione del consenso popolare richiede, in un ordinamento democratico, una profonda meditazione e cautele nella definizione delle norme che la disciplinano.
Ad una più attenta valutazione delle cause del fenomeno, infatti, emerge in modo evidente che la proliferazione dei partiti è conseguenza dell’assurda legislazione ordinaria che, attraverso il rimborso delle spese elettorali ed il finanziamento dei giornali di partito, favorisce la nascita di microformazioni le quali si alimentano di quelle provvidenze. Vivacchiano, ma non muoiono. Anzi, spesso generano altri partiti che, in assenza dell’intervento pubblico, a nessuno verrebbe in mente di fondare.
Attenzione, dunque, ad evocare riforme che è difficile realizzare e che comunque richiedono ampi consensi (quelle costituzionali) generando un’aspettativa che, rimanendo irrealizzata, non risolve il problema e determina malessere crescente nell’opinione pubblica. E quello spirito qualunquista che da sempre attecchisce facilmente in Italia.
20 novembre 2007

 Se lo Stato si arrende alla violenza.
Non mi convince. Assolutamente non mi convince che di fronte alla violenza teppistica che ruota, o sembra ruotare, intorno al tifo degli stadi, la scelta giusta sia quella di sospendere le partite ed evitare le trasferte quando la squadra del cuore gioca fuori casa.
Non mi convince, perché è una resa dello Stato, che immagina di evitare la violenza che si alimenta della contrapposizione delle tifoserie semplicemente abolendo la partita di calcio. È come se il Ministro dell’interno invitasse i cittadini ad uscire la sera senza orologio al polso con signore senza collana al collo o con bigiotteria di scarso valore, per eliminare aggressioni e furti.
No. Non mi convince. È una resa dello Stato, della sua autorità, della sua autorevolezza, che significa innanzitutto assicurare ai cittadini il diritto di vivere dove desiderano, come desiderano, senza il timore di essere scippati, derubati, malmenati.
Occorre un’analisi più approfondita, per gradi.
L’aggressione alle forze dell’Ordine e alle strutture pubbliche che si occupano di sport, il C.O.N.I., un’aggressione che ha interessato nel giro di poche ore mezza Italia, dimostra qualcosa che non può essere sottovalutata.
Un’organizzazione eversiva pronta a colpire per destabilizzare l’Italia alla prima occasione? Non credo. Mi sembrerebbe eccessivo immaginare dietro le migliaia di giovani teppisti scatenati una strategia. La Polizia, i Carabinieri e l’intelligence avrebbero individuato una simile organizzazione necessariamente capillare.
Non c’è, dunque, una strategia eversiva, anche se la Procura della Repubblica di Roma avrà avuto le sue ragioni nel ritenere che l’azione dei teppisti possa rivestire le forme dell’eversione, che non deve essere necessariamente espressione di una strategia organizzata. D’altra parte storicamente l’eversione, almeno all’inizio, è iniziativa di pochi.
È vero, invece, che in Italia c’è un diffuso malumore nei confronti del pubblico, dell’autorità, ai vari livelli di governo. Un malumore che si alimenta dell’insoddisfacente azione dei pubblici poteri, a cominciare dall’ordine pubblico scarsamente assicurato in molte aree del Paese, per continuare con il peso del fisco, la difficoltà delle famiglie di arrivare a fine mese per l’aumento esasperato dei prezzi. Da ultimo, con l’esplosione del costo dei mutui immobiliari che hanno mortificato quanti, con personale sacrificio, hanno investito nell’acquisto della propria abitazione. Cittadini virtuosi puniti perché tali. Così sentono gli interessati.
È un malcontento che può esplodere in qualunque momento perché lo Stato dimostra di essere troppo spesso forte con i deboli, impoveriti e tartassati, e debole con i forti, gli evasori fiscali, i malavitosi, italiani e immigrati, nei confronti dei quali non si vede una risposta forte, adeguata alla tradizione culturale e politica di un grande Paese occidentale. Perché una cosa è accogliere diseredati in cerca di lavoro, altro è consentire un’immigrazione illegale e necessariamente portata a delinquere per sopravvivere. Ma possibile che questa elementare equazione non viene percepita?
Questo Stato è debole e non fa nulla per apparire dignitosamente presente nella vita di tutti i giorni, per frenare l’illegalità a tutti i livelli, come dimostra giorno dopo giorno, senza che si prendano misure, i reportage di “Striscia la notizia”, che denuncia spreco di denaro pubblico che nessuno sembra capace di frenare o di reprimere, mentre nei tribunali oberati da milioni di cause chiunque può entrare anche armato e portare via fascicoli processuali, mentre molti ospedali sono fatiscenti, le scuole cadenti e senza controllo, ovunque dilaga la droga, espressione evidente di disagio morale e sociale profondo. Per non dire che di cose a tutti note, anche per personale esperienza.
Se lo Stato non riacquista prestigio, che si conquista con il rispetto di semplici regole, ad esempio l’imparzialità e il buon andamento, che stanno scritte in Costituzione (art. 97), con politiche veramente attente alla famiglia, alle esigenze obiettive dei giovani e degli anziani, se tutto questo non accade temo che la violenza possa dilagare al di là delle imprese teppistiche che ci hanno presentato i telegiornali domenica sera.
Niente chiusura degli stadi, dunque. Lo Stato ed il mondo dello sport non la devono dare vinta ai teppisti che avranno gongolato al pensiero che con un po’ di macchine bruciate e qualche testa rotta possono bloccare l’Italia.
Diverso è il rispetto e l’omaggio per le vittime della violenza. Dovuto, come nel caso dell’Ispettore Raciti e del giovane Sandri. Credo che l’uno e l’altro avrebbero preferito che, di fronte alla violenza che li ha colpiti, lo Stato avesse avuto una reazione dignitosa e forte, dicendo “sono qui a garantire l’ordine, avanti con le manifestazioni sportive in programma. Chi le disturberà subirà le conseguenze di legge”.
Insomma, spero sempre che ci sia una volta di queste un Presidente del Consiglio o un Ministro dell’interno che abbia un po’ di dignità nell’esercizio dell’alta funzione e dica a tutti i violenti alto e forte “ragazzi, la ricreazione è finita, si torna al rispetto della legge, sempre!”.
Abbiamo già avuto un Presidente del Consiglio rimasto famoso perché, di fronte allo sfacelo del primo dopoguerra e all’eversione di Destra e di Sinistra, amava ripete “nutro fiducia”. Povero Facta! È passato alla storia come un prototipo di politico irresoluto e incapace. Ma la storia, si sa, purtroppo, la studiano pochi e ancor meno sono quelli che la capiscono.
14 novembre 2007

 Se ne va un Vescovo e l’immagine dello Stato.
Il semplice sospetto è già una sconfitta dello Stato, della sua immagine, del suo prestigio. Il sospetto è quello che Monsignor Bregantini sia stato costretto a lasciare la Calabria perché inviso ai clan della malavita locale. “Il vescovo anti-clan che deve lasciare la Locride”, titolava il Corriere della Sera di ieri, in prima pagina, per la firma di Gian Antonio Stella.
Cala il prestigio dello Stato e si rafforza quello della malavita. Se riesce a provocare il trasferimento di un Vescovo “scomodo”, vuol dire che la Mafia, comunque denominata, conta, è potente. È la mortificazione delle persone perbene, mentre i clan faranno nuove reclute.
Il Presule lascia Locri “per essere destinato come arcivescovo metropolita alla diocesi più importante di Campobasso”, annuncia il giornale, ricordando che il Vescovo Brigantini aveva alzato spesso la voce contro i clan calabresi dello Ionio. E molti, aggiunge il giornale, brindano, levano il calice: “Buon viaggio Eccellenza”.
È molto probabile che si tratti di un “avvicendamento” fisiologico, per una permanenza lunga quasi tre lustri, un ricambio secondo il vecchio motto per il quale “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. Soprattutto nella Chiesa, che vive in una dimensione spirituale che va al di là del contingente.
Monsignor Bregantini, intervistato, ha garibaldinamente detto “obbedisco”, ma ha anche precisato che, se avesse potuto decidere sul suo destino, sarebbe rimasto in quella terra nella quale ha saputo incarnare non solo i valori della fede, normale per un Vescovo, ma anche quelli della società civile, che vuole vivere libera da condizionamenti illeciti, che non vuole pagare il “pizzo” o sottostare ad altre forme di concussione, alle quali ci hanno abituato le cronache.
Una notizia “agghiacciante”, è stato il commento di alcuni intellettuali calabresi, quando si è saputo del trasferimento. Ci sono altri Vescovi e sacerdoti in Calabria impegnati apertamente dalla parte della verità e dell’impegno civile. Ma Bregantini aveva saputo meglio di altri comunicare, come quando, appena arrivato, aveva distribuito un libro di preghiere di “sfida alla mafia”. Altri raccoglieranno questa sfida. Ma il fatto stesso che si debbano mobilitare le coscienze civili in una “sfida” alla malavita vuol dire che lo Stato è lontano, troppo lontano.
9 novembre 2007

 Giacalone ci riprova: “per risparmiare iniziamo a chiudere la Corte dei conti”.
Lo aveva scritto e torna a scriverlo su Libero del 30 ottobre, a pagina 15. “Lo sostengo e argomento da tempo”, e rivendica una sorta di primogenitura sull’“idea”, dopo la “bella inchiesta di Paolo Baroni, su La Stampa”.
Non vorrei deludere il Nostro, ma non è il primo che vuole chiudere l’organo di controllo e giudice della responsabilità amministrativa e contabile di pubblici amministratori e dipendenti. Ci hanno provato in tanti, tutti quelli che vogliono avere le “mani libere” nella gestione delle risorse pubbliche, che rivendicano la “discrezionalità” del politico che non è, come scrivono i manuali di diritto, esercizio di una scelta tra soluzioni alternative tutte conformi a legge e alle regole dell’efficacia, efficienza e economicità dell’azione dei poteri pubblici.
In politichese discrezionalità significa “faccio come mi pare, assegno l’appalto o la concessione “a chi voglio io”. In un delirio di onnipotenza nel quale il “politico”, tra virgolette, perché la Politica è una nobile espressione dell’agire umano, trova sempre qualche “utile” difensore, che magari vuole separare le carriere, per porre il Pubblico Ministero sotto il controllo del potere politico o abolire la Corte dei conti.
Ma stia tranquillo Giacalone, non ci riuscirà. Per fortuna siamo in Europa e qui la Corte dei conti è “istituzione” comunitaria con poteri di gran lunga superiori a quelli della Corte dei conti italiana che i politici i quali si ispirano alla “filosofia” del Nostro sistematicamente cercano di limitare. Per poi lamentarsi se la Corte non arriva a fare alcune cose!
Abbiamo perso anche troppo tempo con questo bel campione “liberale”. Per fortuna la gente, che sente minacciate le proprie tasche dall’incapacità di una classe politica costosa e incapace, ragiona col proprio cervello e se legge Giacalone che vuole abolire la Corte dei conti arriva a conclusioni immediate. Vuole essere gradito ai detentori del potere. O forse ha un fatto personale con i giudici di viale Mazzini!
31 ottobre 2007

 Torna la bandiera sul liceo Keplero!
Bravo Ministro Fioroni! La legalità torna al liceo scientifico Keplero di Roma e con essa la bandiera nazionale, della quale, come ho scritto, era rimasto poco più che un brandello sporco, un pezzetto del verde, accanto ad una bandiera europea anch’essa dai colori improbabili.
La nostra protesta indignata ha mosso il Ministero ed il Ministro, che ovviamente nulla sapeva fino al nostro articolo, ed ha consentito di ripristinare la bandiera nello splendore dei suoi colori, nel rispetto della legge che ne impone l’esposizione e del ruolo educativo che il vessillo riveste, in un sentimento di appartenenza che è consapevolezza della nostra storia e della civiltà che dalle rive del Tevere si è irradiata nel mondo intero.
27 ottobre 2007

 Il Preside e un brandello di bandiera.
Abbiamo tutti in mente l’immagine di brandelli di bandiera, spesso scampoli di stoffa sopravvissuta al fuoco nemico sui campi di battaglia. Ed è sempre un’immagine che evoca sacrifici di uomini impegnati a difendere il simbolo della Patria, quella bandiera “dai tre colori”, il verde., il bianco e il rosso, sul cui significato si sono soffermati patrioti e poeti.
Ecco, il verde, c’è solo il verde, o quello che doveva essere un giorno il verde della bandiera, un modesto lembo di stoffa a fianco del portone d’ingresso del Liceo Scientifico statale Giovanni Keplero, in via Silvestro Gherardi, 87, a Roma. Niente più di un lembo di stoffa sporco, accanto ad una bandiera europea altrettanto sporca.
È così da tempo. Evidentemente la cosa non interessa il Preside che dovrebbe avere a cuore il decoro e la dignità dell’Istituto. E la bandiera esposta è parte non secondaria dell’immagine della scuola.
Non so quali siano le idee politiche del Preside, ma non è importante. La bandiera, come ho scritto più volte, non è di Destra o di Sinistra. È l’immagine stessa dello Stato, espressione della sua identità e della sua storia. Ecco, la storia che giustamente il Ministro Fioroni ha ricordato essere parte importante dell’insegnamento impartito nelle scuole italiane e fondamento della nostra cultura.
Allora, Onorevole Ministro, richiami all’ordine questo Preside “distratto”, gli faccia capire che con il suo comportamento viene meno ai suoi doveri di pubblico funzionario e di educatore. Una cosa che un Preside non può fare. In qualche paese un Preside così sarebbe mandato a casa. Qui non succederà, ma almeno una lavata di testa se la merita. Va bene che, come dice un vecchio proverbio “a lavare la testa all’asino si spreca tempo e denaro”.
E un Preside che vilipende la bandiera è, nella migliore delle ipotesi, un asino!
16 ottobre 2007

 Chi rompe paghi.
“Chi rompe paga e i cocci sono suoi”, dice un vecchio proverbio, esempio di antica saggezza. E di una regola giuridica antichissima. La disciplina del damnum si trova nella Lex Aquilia (287 a.C.), la prima legge scritta in materia di risarcimento del danno: in primo luogo, impose di ragguagliare il valore del risarcimento all'ultimo prezzo più alto raggiunto dal bene nel mese precedente, e poi richiese che tra il damnum e il factus vi fosse un nesso di causalità. Una regola antica oggi scritta nel codice civile all’articolo 2043, secondo il quale “Qualunque fatto doloso, o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Regola elementare, logica, comprensibilissima da tutti. Eppure inapplicata dallo Stato e dagli enti pubblici che trascurano di farsi risarcire da quanti incendiano i boschi, imbrattano mezzi pubblici, vagoni dei treni e delle metropolitane custoditi in aree teoricamente sorvegliate, scarabocchiano monumenti e palazzi. Il Comune di Roma, si è letto di recente, stanzia somme rilevanti per recuperare il decoro urbano, cioè la pulizia della città, ma non pensa di identificare gli imbrattatori e di far pagare loro la pulizia di quanto hanno sporcato. In sostanza fa gravare sul cittadino oltre il danno la beffa!
È uno dei segni, neppure il più evidente, dell’incapacità della classe politica italiana. Incapace di esprimere un minimo di dignità. Non la recupererà neppure leggendo Beppe Servergnini che oggi sul Corriere della Sera, in prima pagina, titola “Arriva il contrappasso per legge: chi sporca, pulisca”.
Severgnini non è un giurista ma un acuto scrittore e commentatore e, con il gusto della cultura anglosassone nelle vene, dice delle cose che sarebbero delle ovvietà se le leggi fossero fatte osservare. Ma nessuno lo fa, con la conseguenza che la mancanza di sanzione rende quasi lecito agli occhi del cittadino il comportamento in effetti vietato. È come se la norma fosse caduta implicitamente in desuetudine.
Il problema di questo Paese, infatti, non sta nella ampiezza di chi, a vari livelli, viene meno ai doveri imposti dalle leggi. Ma nella circostanza che i fatti spesso avvengono sotto gli occhi dei “tutori” dell’ordine i quali non intervengono (ne è un esempio la ampia e variegata violazione delle norme del codice della strada), mentre reati gravi restano il più delle volte impuniti per le lungaggini del processo penale e per la difficoltà di provare l’elemento psicologico del reato.
Una classe politica diligente e seria dovrebbe mettere mano a questi problemi. Non lo farà. Neppure con il “pacchetto” Amato. Non perché il Ministro dell’interno non sia in condizione di concepire un intervento adeguato, essendo uno dei pochi che sa di diritto, ma perché non glielo consentiranno, in omaggio ad un “buonismo” insulso e criminale.
9 ottobre 2007

 Libero, senso dello Stato zero! E getta benzina sul fuoco in una polemica sindacale contro la Corte dei conti per un’indagine su presunte violenze della Polizia.
L’occhiello di Libero di ieri, “Stato ingrato”, il titolo “il giorno della vendetta”, in prima pagina, che, alla settima, diviene “Il giudice fa il no-Tav - Processo alla polizia”. Ne scrive Tommaso Montesano, che Vittorio Feltri deve considerare un gran giurista ed un fine politologo, se gli affida una vicenda delicata come quella del danno all'immagine della Pubblica Amministrazione di cui si sta occupando la Procura della Corte dei conti di Torino.
I fatti. Una manifestazione di protesta a Venaus, il 5 dicembre 2005, nei confronti della decisione di far passare in Val di Susa la linea ad alta velocità provoca incidenti con le Forze dell’ordine. Alle 3.30 del mattino 1000 agenti intervengono per disperdere il picchetto che impedisce l’accesso alle aree del cantiere. C’è uno scontro, al termine del quale si contano venti feriti tra i manifestanti e dodici contusi tra gli agenti di Polizia.
Il contrasto dei manifestanti avrebbe assunto in alcune situazioni una forma violenta, nella quale il Procuratore della Corte dei conti ipotizza, in una fase dell’istruttoria preliminare, che sia risultata offuscata l'immagine dello Stato. Di quello Stato che è abilitato ad esercitare la forza per reprimere l'illegalità, in misura proporzionata all’offesa alla quale si oppone, ma che non deve oltrepassare il limite invalicabile della supremazia della legge e della legalità in ogni occasione.
Non entriamo nel merito dei singoli episodi, perché non abbiamo gli elementi, e comunque non è questa la sede, ma avremmo voluto che Libero, nella sua responsabilità di organo di informazione che offre elementi di valutazione all'opinione pubblica, rappresentasse correttamente il fatto materiale e la sua configurazione giuridica. Cioè riconoscesse che la violenza non necessaria dell'autorità macchia l'immagine dello Stato e che questa tutela dell'immagine è essa stessa, e in primo luogo, una tutela delle Forze dell'ordine, della loro autorevolezza.
Invece, il giornale si è fatto portavoce di una ribellione sindacale che prescinde da ogni valutazione dei fatti. Il Segretario del Sindacato autonomo di polizia, Filippo Saltamartini, afferma che l'intervento della Corte dei conti è “un intollerabile invasione di campo” e chiede l’intervento del Ministro dell'interno per concludere che “la tutela dell'ordine pubblico spetta allo stato”.
È la prova che non è stato compreso il problema. Ma forse non lo si è voluto comprendere, semplicemente per cavalcare, come altre volte è stato fatto, la protesta come se le forze dell'ordine, qualunque cosa facciano, possono farla.
Non è così. E non è interesse delle Forze di polizia essere considerate estranee a qualunque vincolo. La polizia deve essere considerata dai cittadini espressione della legittima forza dello Stato e deve intervenire con l’energia e l'autorevolezza che viene dal rispetto della legge per reprimere tutti i reati, compresi quelli che vengono commessi nel corso delle manifestazioni sportive, delle proteste, qualunque ne sia il motivo, che non devono mai degenerare in violenza nei confronti di altre persone e delle autorità pubbliche
Questa è la corretta impostazione del problema. Non giova all’autorità ed alla sua autorevolezza agli occhi del cittadino la difesa di comportamenti scorretti, che purtroppo abbiamo notato tutti più volte, anche se limitati. Non c'è niente di non corretto nell'uso del manganello, ad esempio, con il quale la polizia contiene la violenza della manifestazione o disperde una manifestazione non autorizzata quando assuma un comportamento aggressivo contro persone o cose.
Tuttavia non è concepibile, ad esempio, come più di qualche volta si è visto, che un soggetto, ormai nell'impotenza di nuocere, a terra, sia malmenato da cinque o sei agenti delle forze dell'ordine. Questi comportamenti sono tali da danneggiare l'immagine dello Stato e della polizia, che in quel momento lo rappresenta. Questo è il danno che la Procura della Corte dei conti persegue. E non va trascurato che si è in una fase istruttoria nella quale Pubblico Ministero accerta quanto è avvenuto e, come accade in sede penale, muove contestazioni a coloro i quali, in una prima analisi del fatto, vengono considerati “presunti responsabili”, come dice la legge, a garanzia della loro difesa. È una fase istruttoria nella quale il presunto responsabile si può difendere personalmente, senza nessun onere di difesa legale e comunque questa difesa non potrebbe essere assunta dall'Avvocatura dello Stato per il fatto che l'Avvocatura non può tutelare un soggetto che si presume responsabile di un danno all'erario quindi allo stesso Stato del quale l'Avvocatura è patrona.
Concludendo, da un giornale che assume di essere il difensore delle istituzioni ci si attendeva un’impostazione corretta, non che gettasse benzina sul fuoco. Un’impostazione corretta che significa inquadramento della fattispecie con chiarimento del momento procedimentale nel quale la contestazione del pubblico ministero si colloca.
Non è così purtroppo. Libero troppo spesso indulge nell'attacco alle istituzioni, che pure afferma di voler difendere, spacciandolo per una concezione liberale dello Stato e della politica. Attacca quotidianamente i magistrati, adesso anche quelli della Corte dei conti, quando non fanno comodo all'impostazione politica che il giornale ritiene di dover difendere. Come la pubblica amministrazione, che svilisce continuamente agli occhi dei cittadini, invece di stimolarne la riforma che è il primo interesse di dipendenti seri, getta discredito in un modo generico, facendo di ogni erba un fascio. Questo modo di procedere non giova a nessuno, è un qualunquismo becero, non porta da nessuna parte e non porterà voti al Cavaliere, non contribuirà a sollevare la politica italiana, non favorirà la formazione di una classe dirigente nuova.
Come spesso accade, anche in questo caso la politica del giornale si conquista qualche simpatia da parte di coloro che si sentono legibus soluti e non lascia tracce. È il più grave difetto di questo giornalismo, non lascia traccia, non costruisce, si scrive addosso.
29 settembre 2007

 Perché gli italiani non amano i giudici.
Con il popolo del “Vaffa” facile, si è schierato ieri anche Mattias Maniero, che su Libero, in prima pagina, si è chiesto “Perché nessuno lancia un Vaffa anche ai giudici?”.
Lo spunto è l'iniziativa del Ministro della giustizia Mastella di chiedere il trasferimento del Procuratore Capo della Repubblica e di un Sostituto procuratore di Catanzaro che una relazione degli Ispettori del Ministero avrebbe accusato di omessa vigilanza sulla fuga di notizie relativa ad un'inchiesta scottante, nell'ambito della quale sono stati fatti nomi illustri, di cui hanno parlato tutti i giornali, e di inopportune interviste rilasciate ad inchiesta ancora aperta.
E così il giornale, che non risparmia mai accuse al Ministro Mastella, quanto meno di essere un ballerino della politica, torna a prendersela con i giudici, che hanno riscosso una certa solidarietà a Catanzaro, e, senza entrare nel merito delle censure degli Ispettori, aggredisce l'intera magistratura, una categoria nei confronti della quale non si potrebbe indirizzare il tanto desiderato “Vaffa” liberatorio. Naturalmente seguono una serie di esempi di disfunzioni della Giustizia, dalle scarcerazioni “facili” alle inchieste che avrebbero a lungo tenuto fra gli indagati personaggi poi risultati innocenti. Riferimenti di modesto contenuto logico e argomentativo, che vanno dalle ritrattazioni sospette alle carcerazioni preventive azzardate. In sostanza l'accusa è quella che i magistrati sono una categoria intoccabile, nonostante le disfunzioni del processo penale le lungaggini del processo civile che vedono una durata dei procedimenti superiore a quella consueta negli altri paesi europei.
Non si dice, nonostante l’apparente ostilità del giornale ai politici della prima e della seconda Repubblica, che le leggi sono spesso scritte male, rendono difficile l'interpretazione, favoriscono, pur sulla base del nobile intento di affermare principi garantistici, proprio coloro i quali sono avvezzi a violare la legge. In sostanza la classe politica, il Parlamento che pure vede presenti numerosi avvocati, forse proprio per questa presenza, segue logiche e tecniche legislative che lasciano quanto più possibile aperto il dubbio, con la conseguenza di rendere spesso lontana nel tempo la definizione dei processi e quasi sempre incerta la pena.
Ma il ragionamento di Libero non vuole approfondire, e non sarebbe comunque quella la sede, i motivi autentici, le norme sbagliate, che sono alla base delle disfunzioni vere. Se la prende, più semplicemente con i magistrati, come di consueto sulla base di un certo orientamento politico, che purtroppo sembra prevalere nella Destra italiana di questo momento o, più esattamente, in quella che si autodefinisce Destra o Centrodestra, liberale etc. e cavalca, spesso in modo becero, quella insofferenza del potere politico al controllo giurisdizionale che accompagna un po’ dappertutto i rapporti tra la Casta del potere politico e la magistratura. Tanto che in alcuni ordinamenti i politici sono riusciti a controllare e condizionare l’indipendenza dei giudici, ad esempio mediante la sottoposizione del pubblico ministero all'autorità governativa. È l’obiettivo di quanti vogliono la “separazione” delle carriere e la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, gabellata come riforma “liberale”.
È imbarazzante sentire chi afferma di parlare “da liberale” e difensore delle istituzioni criticare, senza approfondire, la prima istituzione di uno stato civile, la magistratura. Non perché la magistratura non possa essere criticata ma perché, considerata l’importanza del tema, le critiche debbono essere ponderate. Imbarazza e preoccupa anche un uomo di sinistra che ha sempre dimostrato di avere il senso dello Stato, il Senatore Cesare Salvi, giurista solido e Presidente della Commissione giustizia del Senato. “L’antipolitica cresce perché c’è l’impressione che destra e sinistra facciano esattamente le stesse cose anche in materia di giustizia”, concludendo che “forse sarebbe meglio per tutti se Veltroni si esprimesse in modo meno vago sulla questione morale” (Corriere della Sera, 25 settembre 2007, a pagina 22).
Una preoccupante convergenza di Destra e Sinistra che “non convince” neppure Davide Giacalone che su Libero di oggi (La storiaccia di Clemente) a pagina 12. Per cui “tirate le somme, è la cultura del diritto che va ulteriormente a farsi benedire”. Perché, appunto, non si approfondiscono i problemi.
È solo enunciazione. È l’emotività che muove dalla preconcetta ostilità di molti politici nei confronti della magistratura, nella convinzione di trovare ampio consenso nella gente.
Infatti, pronti ad applaudire le inchieste di tangentopoli o altre indagini, quando le manette scattano ai polsi di politici o imprenditori illustri, gli italiani, per quanto li riguarda personalmente, sono poco rispettosi delle leggi. Si vede da piccole ma significative cose, dal traffico delle città, dal mancato uso delle cinture di sicurezza, dal diffuso ricorso al telefonino durante la guida, nonostante il kit che accompagna i cellulari veda presente sempre l'auricolare. Si vede dalla cattiva educazione di chi lascia l’auto parcheggiata davanti agli accessi degli handicappati, in seconda fila, chiusa, sui marciapiedi, incurante se preclude il passaggio agli anziani ed agli handicappati. Si vede dalla sporcizia delle nostre città, dovuta alla cattiva educazione, al mancato rispetto del prossimo. Si vede dinanzi alle tabaccherie dove spesso si apre il pacchetto di sigarette appena comprato e si getta per terra il rivestimento di cellophane.
Un popolo con siffatti comportamenti, che quando può cerca di prevaricare il vicino, un popolo che ha imposto a ripetizione condoni edilizi e tributari, questo popolo, che pure ha tante altre virtù, un buon cuore, il senso dell'arte, una discreta cultura, questo popolo non può accettare facilmente il controllo del giudice. E allora si schiera sovente con chi critica la magistratura, convinto magari di farlo in nome della libertà, di sentirsi liberale, di esprimere atteggiamenti di modernità.
Non è così. Ed è penoso constatare quanto sia diffuso questo atteggiamento, sul quale spesso i magistrati non riflettono. I magistrati che, essendo soggetti solo alla legge, ad essa devono fare riferimento e non agli umori dell'opinione pubblica. Nondimeno devono avere sensibilità per l’opinione corrente ed evitare di dare il destro ad ondate emotive che possono coprire “vendette” della classe politica, limitare l'indipendenza della magistratura e favorire l'emanazione di leggi che agevolano di fatto i delinquenti, magari di quelli con i “colletti bianchi”.
26 settembre 2007

 E se gli studenti cantassero l’Inno di Mameli?
L'ex Ministro dell'economia, Giulio Tremonti, ha proposto di fare l'alzabandiera la mattina a scuola, almeno una volta la settimana. Con minore autorevolezza dell'importante esponente politico vorrei fare una proposta anch’io, quella che la mattina, prima dell'inizio delle lezioni, gli studenti cantino l'inno nazionale, quell’Inno di Mameli che il Presidente Ciampi faceva intonare anche ai militari nel corso delle manifestazioni con presenza di reparti delle Forze Armate.
Sarebbe un bel gesto di italianità, un sentimento che non dovrebbe essere classificato politicamente, essendo semplicemente testimonianza di un'appartenenza che dovremmo tutti sentire di dover esprimere, non solo durante le partite di calcio, quando si assiste alla scena penosa di calciatori con stipendi di fior di milioni i quali non riescono neanche a far finta di conoscere l’inno nazionale, come invece fanno sempre i calciatori delle squadre con le quali i nostri supermilionari si confrontano.
Lo spunto per queste elementari riflessioni mi viene da una bella manifestazione alla quale ho assistito ieri, a Roma, in una splendida giornata di sole in piazza Navona davanti al portone di Palazzo Pamphily, fatto edificare da Papa Innocenzo X Pamphily, (1644-55) nell'anno 1650, prestigiosa sede dell'ambasciata del Brasile, in occasione della cerimonia di consegna di alcune onorificenze, anche ai cittadini italiani, da parte dell'Ambasciatore Adhemar Gabriel Bahadian.
Prima che l’Ambasciatore e la Signora accogliessero gli ospiti nelle belle sale decorate da Pietro da Cortona, Romanelli e Gaspare Pussino, per un vino d’onore, in apertura della cerimonia la banda della Polizia Municipale di Roma aveva intonato gli inni nazionali, prima l’Inno di Mameli, poi l'inno brasiliano. E la cosa che più mi ha colpito è stata l’aver sentito tutti i brasiliani presenti, dall'Ambasciatore, ai diplomatici, ai numerosi ufficiali, ai tanti cittadini della Repubblica sudamericana convenuti per l'occasione, cantare, con sincera partecipazione, il loro inno nazionale. Senza esitazioni, dimostrando di conoscerlo tutto. E vi assicuro, non lo avevo mai ascoltato, che è un inno piuttosto lungo su note molto gradevoli di Francisco Manoel Da Silva, su un testo di Joaquim Osório Duque Estrada, Poeta e scrittore brasiliano,
Dos filhos deste solo és mãe gentil/ Pátria amada/ Brasil !
Dei figli di questo suolo sei madre gentile,/ Patria amata/Brasile
Devo dire che mi sono sentito un po’ umiliato nel constatare che nessuno dei tanti italiani presenti, autorevoli personalità della politica, dell’arte, della società civile ha mosso le labbra per accennare al ritornello, neppure alle prime strofe, di quei Fratelli d'Italia chiamati perché l'Italia “s’è desta” e “dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”!
Abbiamo avuto cattivi maestri con nessun senso della Patria, e continuiamo ad averne, a Destra e a Sinistra.
Della proposta di Tremonti di fare l'alzabandiera si è parlato per un paio di giorni, tra chi si è detto favorevole e chi contrario. Poi il silenzio. Neppure Tremonti ha insistito. Non risulta che abbia assunto qualche iniziativa in proposito. Evidentemente anche lui è un seguace della “politica dell’annuncio”, quella che lancia un messaggio e poi è seguita dal silenzio. Ma così, cari politici di casa nostra, non si va molto lontano.
8 settembre 2007

Lavavetri e incapacità di gestire l’immigrazione clandestina!
E i lavavetri finirono nel tritacarne della polemica politica, un po’ per esigenze elettorali di alcuni sindaci, alla ricerca di consensi, un po’ per confondere le idee agli italiani frastornati dalla litigiosità di alcuni componenti dell’Esecutivo e sconcertati da “tesoretti” che si scoprono a comando.
Accade così che, tolleranti con tutti, dagli occupanti abusivi di suolo pubblico a quanti imbrattano palazzi e monumenti ed i mezzi del trasporto urbano, alcuni sindaci hanno fatto dei lavavetri che ai crocevia delle città, volente o nolente, dovevi sopportare fino a ieri, il nemico-pubblico-numero-uno. Fino a ieri, perché da Firenze, su e giù per l'Italia, anche dove i sindaci non hanno adottato l’apposita ordinanza, non se ne vedono più.
È così si è pensato di aver risolto un problema, senza considerare che certamente ne sono stati creati altri, forse più gravi. Nessuno si è chiesto, ad esempio, che faranno i lavavetri da oggi in poi. Inventeranno un altro “lavoro” o andranno ad infoltire le schiere dei diseredati a disposizione della criminalità organizzata, nazionale o extracomunitari?
Perché dopo Firenze rimane il nodo, politico e sociale, dell'immigrazione clandestina che è quella che alimenta la categoria dei lavavetri e non solo.
Qualcuno, infatti, ha detto che altrettanto fastidiosi sono i parcheggiatori abusivi la cui attività ha un evidente carattere estorsivo. Nel senso che non è pensabile lasciare l’autovettura regolarmente parcheggiata senza versare l’obolo. A Roma, in via Marsala, vicino alla stazione Termini i parcheggiatori abusivi pretendono dagli automobilisti anche sulle strisce blu. Ovviamente nessuno paga il ticket. E nessuno interviene.
Ma torniamo ai lavavetri, non sempre arroganti e prepotenti. All’angolo della mia strada c’è un indiano che si presenta con l’inchino e un sorriso. E se l’automobilista dimostra non volersi servire della sua prestazione va oltre, sempre sorridendo. Ma ci sono i prepotenti, uomini e donne, che t’impongono la “pulizia” del vetro. Contro questi si doveva intervenire. Gli altri non davano fastidio a nessuno.
Onestà però vuole che il fenomeno dei lavavetri, affrontato nel modo della stampa ci ha riferito e che ha destato polemiche di vario genere, alcune fondate, altre pretestuose, è conseguenza di una normativa inadeguata, ma soprattutto in gran parte non applicata, sull'immigrazione clandestina.
Lasciamo perdere per il momento il problema dell'ospitalità, che l'Italia con la sua millenaria civiltà, ha sempre assicurato a coloro i quali hanno bussato alla sua porta. Ed anche di considerare che intorno all’immigrazione si sono sviluppati interessi consistenti di enti e associazioni onlus che incassano ingenti somme a carico dei bilanci pubblici.
Il problema sta in una semplice equazione: immigrazione regolare = lavoro, immigrazione clandestina = illegalità, delinquenza in tutte le sue forme. Perché è evidente che se le autorità consentono la permanenza sul territorio nazionale dei clandestini che non hanno lavoro, questi sono inevitabilmente portati a delinquere in tutti i modi possibili, rubando, prima di tutto, ed uccidendo, perché spesso il furto e la rapina si trasformano in omicidio, quando la vittima reagisce, complice magari qualche sniffata di cocaina per darsi coraggio.
I clandestini che non rubano e non uccidono, che non vanno ad arruolarsi sotto le bandiere della malavita organizzata, che recluta ladri e spacciatori e quant'altri servono a gestire attività illecite, questi clandestini, che non commettono reati sanzionati dal codice penale, lavano i vetri, chiedono l'elemosina, vendono i fiori nei ristoranti e per le strade, fanno i parcheggiatori ed i guardiamacchine. Non commettono reati, ma sono, il più delle volte, al servizio del racket.
E così, se le autorità impediscono ai lavavetri di fare il loro lavoro, agli altri di chiedere l'elemosina o di vendere i fiori impediscono anche al racket che sta dietro queste attività di lucrare sullo sfruttamento di uomini e donne. Come quelle povere disgraziate che si vedono per ore in ginocchio sui marciapiedi di Roma in atteggiamento di preghiera, per chiedere l'elemosina.
E torna la domanda che ci siamo fatti all’inizio di queste riflessioni. Che faranno i lavavetri, i mendicanti, i venditori di fiori, le donne in preghiera tolti dalla strada? È molto probabile che vadano a svolgere altre attività illegali. Non possono morire di fame. Spesso hanno una famiglia, dei figli. Ecco allora che “risolto” un problema ne è sorto un altro.
Lo ha creato una classe politica che in questi anni è stata inadeguata, per usare un eufemismo, rispetto all'esigenza di governare il fenomeno complesso dell'immigrazione. Che non è riuscita a trovare un giusto equilibrio tra la disponibilità umana, la tradizionale accoglienza degli italiani, ed anche - diciamolo francamente - l'interesse di alcuni imprenditori, soprattutto agricoli, ma anche di lavori edili, di disporre di manodopera a basso costo, e l'esigenza di garantire la sicurezza nelle nostre città e nelle nostre campagne. Perché le violenze, con stupri e torture, che i nostri giornali definiscono giustamente “efferati”, sono la conseguenza di un’immigrazione non controllata e ormai difficilmente controllabile per le dimensioni che ha assunto e per gli interessi criminali che soddisfa.
È un grosso problema, umano e sociale, rispetto al quale sarà possibile misurare la capacità della classe politica nel suo complesso, fatta di chi governa e di chi rivendica di avere le carte in regola per succedergli al governo. Non sarà facile. E non sarà neppure indolore.
1 settembre 2007

 Alzabandiera, incomprensioni e vecchi rancori.
“Alzabandiera a scuola? - si chiede Angelo Pezzali nella sua rubrica Stradanuova su La Provincia Pavese del 25 agosto 2007 - Nella hit parade delle strane proposte dell’estate, l’idea di Giulio Tremonti (e Bossi che dice?) ha un sapore rancido di caserma. Perché imporre dalla cattedra, perché obbligare all’amor patrio? All’esaltazione, a forza, del tricolore? Tremonti che ha assolto agli obblighi militari, da soldato semplice, dovrebbe essere vaccinato. E sapere che questo rito laico antico avrebbe un effetto contrario. Come quello che, giusto nelle aule, abbiamo avuto con Alessandro Manzoni. Cioè di detestarlo mentre doveva essere solo amato”.
Il testo è integrale, preso da internet, via Google. E merita qualche commento. Ci sono alcune paroline che denotano preconcetti ed una cultura stantia.
Come prima cosa Pezzali si pone una domanda, retorica, “perché obbligare all’amor patrio?” E allora, perché obbligare allo studio dell’italiano, della storia e della geografia?
A scuola non si obbliga, s’insegna. Alla curiosità ed all’amore per il sapere, oggi si usa dire per i saperi, tra i quali c’è la storia della terra sulla quale viviamo, ricca di monumenti, civili e religiosi, e di memorie culturali pregevolissime, che fanno della nostra piccola Italia un grande Paese, un unicum della cultura e dell’arte.
Lasciamo perdere le caserme, nelle quali, peraltro, s’è fatta l’Italia e dove molti hanno imparato ad essere italiani. Non Pezzali, evidentemente, che non sappiamo se ha “assolto” agli obblighi di leva.
Da quanto scrive apprendiamo, inoltre, che Pezzali, a scuola, detestava Manzoni. Colpa del suo insegnante, o dello stesso Pezzali, forse distratto da altro.
C’è, poi, un’espressione “rito laico antico”, che probabilmente è la vera chiave di lettura dell’acido commento di Pezzali alla proposta di Tremonti. Ho scritto che i giovani di Comunione e Liberazione i quali, come riferisce il Corriere della sera si spellavano le mani nell’applauso all’ex Ministro dell’economia hanno dimostrato maturità civica, lasciando alla storia e agli storici vecchie ruggini antirisorgimentali di una parte del mondo cattolico orfana del “potere temporale”. Un peso insopportabile per una Chiesa universale Patria della Fede, uno status incompatibile, sul finire del Secondo Millennio, con l’universalità del suo insegnamento. Immaginate solo un Tribunale dello Stato della Chiesa che condanna a morte un patriota che lotta per l’unità d’Italia. In nome del Papa Re, che pure è stato un grande Papa, Pio IX.
La nota di Pezzali è antistorica e diseducativa. Fortemente diseducativa. Lei sì che ha un sapore “rancido”.
Ha detto bene, invece, il Ministro dell’istruzione, Giuseppe Fioroni: “Credo che la patria e l'amor di patria siano una cosa seria: la bandiera contribuisce a creare un sentimento di appartenenza all'identità nazionale”.
Bravo Fioroni, Pezzali rimandato a settembre!
26 agosto 2007

 Alzabandiera, un’ottima idea!
Un’idea “applauditissima dal popolo di Comunione e Liberazione”, riferisce in prima pagina oggi il Corriere della Sera, la proposta di Giulio Tremonti, al meeting di Rimini, di fare l’alzabandiera nelle scuole, “tutte le mattine o almeno una volta alla settimana”.
Ottima idea, come dice l’ex Ministro dell’economia, in un Paese, come il nostro, “in cui l’idea più prossima all’identità nazionale è quella della nazionale di calcio!”
E giù i ciellini “in piedi a spellarsi le mani”, mentre “il segretario ds con il gomito sul tavolo e la fronte appoggiata al palmo della mano non muove un muscolo e più tardi sorvola, senza accennare a repliche”. Devo dire che un po’ mi delude questo atteggiamento di Piero Fassino, se il Corriere ha riferito bene. Stimo il Segretario dei Democratici di Sinistra, che ho conosciuto Ministro della giustizia quando da Presidente dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti ho avuto occasione di incontrarlo più volte apprezzandone equilibrio e intuito politico.
La bandiera, come ho scritto a proposito di una vivace riunione del Preconsiglio, a Palazzo Chigi, in cui si parlava di depenalizzazione del vilipendio alla bandiera, su iniziativa del leghista Senatore Castelli, Ministro della Giustizia, “a me non la devono toccare. Non devono neppure pensare di toccarla! La bandiera non è né di destra né di sinistra, è l’emblema dello Stato e basta” (Un’occasione mancata – O una speranza mal riposta?, Nuove Idee Editore).
On. Fassino, a mio giudizio avrebbe dovuto unirsi all’applauso, se non altro per condividerne gli effetti positivi.
Bene, dunque, l’iniziativa dell’On. Tremonti, che mi auguro sia accolta all’unanimità in Parlamento, perché un equilibrato “senso dello Stato” è un additivo importante per dare sprint ai cittadini onesti ed ai lavoratori capaci. È consapevolezza dei valori comuni della Patria, che sono la storia e le tradizioni che uniscono, indipendentemente dalle idee politiche e dagli interessi personali.
Così mi auguro che delle bandiere che saranno issate le autorità pubbliche abbiano maggiore cura di quanta oggi ne riservano a quelle che sono esposte accanto ai portoni degli uffici. Tenute lì giorno e notte alle intemperie, ridotte ad autentici stracci dai colori irriconoscibili, come davanti alle scuole, chiuse fin dalla fine degli scrutini. Non sarebbe stato meglio ammainarle quelle bandiere che lasciarle all’ingiuria del tempo polveroso dell’estate? Perché la bandiera è bella se garrisce al vento, e spendente nei colori con i quali ci è stata consegnata dalla storia, il verde dei nostri prati, il bianco delle nevi delle montagne più alte, il rosso che ricorda il sangue degli eroi che hanno fatto l’Italia unita. Retorica, certo, ma a volte non guasta, come dimostrano i popoli che dalla loro tradizione traggono motivi di fierezza e d’impegno lavorativo, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Francia alla Russia, dove è stato esibito nei giorni scorsi un tricolore (bianco, blu e rosso) lungo decine di metri!
Infine, last but not least, ultima considerazione, ma non meno importante: l’applauso dei ciellini dimostra che sono state superate talune ritrosie del mondo cattolico rispetto a simboli dello Stato di derivazione risorgimentale (e cosa c’è di più risorgimentale della bandiera con la quale gli italiani, a qualunque regione appartenessero, hanno combattuto per l’unità!). Anche per questo l’iniziativa di Tremonti va condivisa e incoraggiata!
24 agosto 2007

 Perché Roma capitale d'Italia.
Torna periodicamente, anche in questo torrido agosto 2007, complice forse il Solleone, la proposta di trasferire la capitale d'Italia a Milano. Perchè, si dice, il capoluogo della Lombardia è il centro nevralgico e produttivo del Paese. Proprio nei giorni scorsi giornali e televisioni davano notizia che i milanesi sono i primi contribuenti d’Italia, quanto a tributi regionali e comunali, per cui appare evidente, nella concezione produttivistica diffusa in molti ambienti del Nord, in particolare nell'attuale opposizione e, ovviamente, nella Lega Nord per l'indipendenza della Padania, cioè in una cultura regionalista, fare d'una città simbolo delle attività imprenditoriali, l'emblema dell’intero Paese, quindi la sua capitale. Anche se poi si scopre che i più stakanovisti degli italiani stanno a Roma. Ma di questo parleremo in altra occasione.
Devo dire che di fronte a queste ripetute iniziative, il cui carattere folcloristico non sfugge a nessuno, io sono indotto a rispondere in modo che non vorrei sembrasse un po' snob.
Dico: mi sembra giusto portare altrove la capitale. Senza offesa per Milano, mi pare che, effettivamente, a Roma questo ruolo vada un po' stretto. Questa nostra Città che è l'erede del più grande impero della storia, di una civiltà giuridica che ha lasciato un segno ancora oggi evidente nelle istituzioni e nel diritto, questa Città che è stata scelta dalla Provvidenza come sede della cattedra di Pietro, questa “Roma - per dirla con padre Dante (Purgatorio XXXII, 102) – onde Cristo è romano”, si trova ad essere capitale di quello che, ancora una volta con tutto il rispetto e il grande amor di Patria che pervade la mia mente e il mio cuore, è uno “staterello”, di modeste dimensioni, dove il mestiere più lucroso e più diffuso è quello del politico ai vari livelli di governo, dove ampie aree del Paese sono sottratte all'effettiva sovranità della Repubblica.
In un'Italia meravigliosa, nella quale vi sono città la cui storia è espressione di civiltà, da Torino a Venezia, a Firenze, a Napoli a Palermo, città che sono state capitali di repubbliche, regni e principati, piccoli ma illustri, non ci sarebbe che il dubbio della scelta. Torino e Firenze, del resto, sono già state capitali del Regno d'Italia, il primo nome dello Stato unitario.
Firenze, ad esempio, non ha, a differenza di altre città una dimensione esclusivamente regionale. La sua storia culturale e istituzionale ne fanno un esempio di città che potrebbe assurgere al ruolo di capitale. E poi sta al centro dello Stivale. Ma sulle rive dell'Arno nessuno lo auspica. Già quando fu capitale, per un breve periodo, i fiorentini non gradirono. Troppi gli uffici, troppi i ministeriali a spasso per i viali e lungarno. Tanto che quando la capitale fu trasferita a Roma i figli di Dante tirarono un sospiro di sollievo.
Essere capitale è impegno grande per una città, richiede strutture adeguate, un piano regolatore che assorba gli spazi destinati ai ministeri ed a tutta la popolazione che opera negli uffici pubblici e in funzione della loro attività. Poi ci sono gli uffici regionali, del comune, della provincia. Troppe autorità e troppi interessi. Per questo ancora oggi Roma non ha uno statuto speciale, adeguato al suo ruolo di capitale d'Italia.
A questo punto che fare? Da romano preferirei che la mia Città rimanesse l'erede di un grandissimo passato che vive nella cultura moderna delle istituzioni e del diritto ed è un esempio per il mondo intero. Proprio oggi il Corriere della Sera dà conto di un dibattito in corso negli Stati Uniti sulle somiglianze con l’impero di Cesare, richiamando un libro di Cullen Murphy, Are We Rome? Tre Fall of an Empire and the Fate of America.
E poi Roma é la sede della Chiesa cattolica. Qui si vive benissimo soltanto con il turismo. Roma non ha bisogno di essere la capitale d'Italia, anche senza arrivare all'eccesso di quell’anziano signore che incontrai a borgo, come si chiama la zona intorno San Pietro, dove le strade non si chiamano vie ma borgo, che, ad una delle esternazioni del Bossi separatista, mi diceva: “se ne vadano pure, ce ne andiamo anche noi. Rimaniamo all'ombra del cupolone, anzi cuppolone. Con la nostra storia siamo il museo Roma”.
Non si può fare. Roma sta al centro d'Italia e se volessimo costruire una nuova capitale da queste parti, com'è stato fatto in Brasile con Brasilia, si dovrebbe cercare qualche località idonea ad essere base di una espansione urbanistica per le esigenze della politica e del governo. Si potrebbe provare con Frosinone o con Viterbo, ma non è detto che ciociari e maremmani del sud gradiscano. Anzi mi permetto, senza averne ascoltato neppure uno, di dire che senz'altro stanno bene così.
E poi dove trovare il surrogato dei palazzi del potere, Quirinale, Madama, Montecitorio, Chigi? Ognuno diverso, tanti musei della storia e dell’arte!
Abbiate pazienza milanesi! Di cosa stiamo parlando?
Roma dunque è destinata inevitabilmente a rimanere la capitale d'Italia. Si rassegnino i leghisti in servizio permanente effettivo e di complemento. Molto spesso si disprezza ciò che non si conosce o non si riesce a capire.
21 agosto 2007

 Se la Camorra investe a Roma. Stupisce che qualcuno si stupisca.
Bufera sul Rita Bernardini, Segretario nazionale dei Radicali italiani, per l'allarme lanciato su infiltrazioni camorristiche a Roma. “Rilevo -aveva detto qualche giorno fa - che la lingua parlata sempre più nei locali e nei bar intorno ai palazzi romani della politica è il napoletano. Si tratta di ingressi recenti con la spesa di centinaia di migliaia di euro di ristrutturazione. Sono stati rilevati molti locali, non so se dalla camorra”.
Naturalmente l’apparente equiparazione tra napoletani e camorra nelle parole della Bernardini ha scatenato reazioni polemiche, a cominciare dal Sindaco della Città partenopea, Rosa Iervolino. Ed ha fatto bene Gennaro Migliore, Capogruppo del Partito della rifondazione comunista alla Camera, napoletano, a dire “i soldi riciclati non hanno accento”.
Resta il fatto, sul quale è bene che le autorità vigilino, di continue ristrutturazione di locali in giro per la città e in particolare nelle aree centrali, indotte forse da alcune agevolazioni fiscali, che dovrebbero suggerire una verifica delle operazioni finanziarie connesse, per accertare che non si stiano utilizzando somme di denaro di provenienza dubbia. Basta passare per qualche strada del centro a distanza di pochi mesi per constatare che molti locali hanno cambiato attività e sono stati completamente ristrutturati. E si tratta sempre di locali di grandi dimensioni.
È noto, d'altra parte, che la malavita organizzata, qualunque sia l'accento sulla bocca dei suoi esponenti, usa riciclare il denaro attraverso iniziative imprenditoriali, soprattutto nella grande e media distribuzione. Attraverso l’utilizzazione di somme erogate in contanti alle imprese che provvedono alle opere edilizie.
D’altra parte i “prestiti di mafia” sono molto appetibili. Costano poco o niente. La malavita non ricerca interessi sulle somme date in prestito. È sufficiente che le sia restituito denaro “pulito”, anche nella stessa quantità.
In tutta questa polemica agostana - ma quante verità emergono proprio ad agosto! - a stupire, se mai, è la dichiarazione dell'ineffabile Prefetto di Roma, Achille Serra. Il quale, nel confermare che l'argomento sarà inserito all'ordine del giorno del prossimo Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, ha detto che a Roma “non è mai emersa la possibilità di una gestione territoriale della camorra”. Traggo da Il Sole 24 Ore del 18 agosto e rimango stupito da tanta sicumera.
E magari il Prefetto è anche convinto che a Roma non si paghi il “pizzo”!
19 agosto 2007

 Zero in condotta (politica) e “tolleranza zero".
Rimasto a Roma, com’è consuetudine, formale, un po’ stantia e stucchevole (lui in ufficio, noi in vacanza!), il Ministro dell’interno Giuliano Amato, non ha esitato ad esternare, come i suoi predecessori, del resto. Ed ha detto cose che, se gli italiani riflettessero un po’, sono a dir poco esilaranti. “Per il futuro – riferisce così le parole del Ministro il Corriere della Sera di oggi - la lotta all'illegalità sarà a 360 gradi. Adottiamo quella che si chiama la “dottrina Giuliani” perché combattere la piccola illegalità è comunque propedeutico, e a volte strumentale, per fronteggiare la grande criminalità: si deve creare nelle nostre città un senso di ordine che è fatto di regole cui tutti ci atteniamo e che facciamo rispettare”.
È la scoperta “dell’acqua calda”, come si usa dire. Ma dov’era il Ministro Amato, già Presidente del Consiglio, giurista illustre, quando tutte le persone di buon senso dicevano la stessa cosa?
La gente ha bisogno di sicurezza e la chiede ai governi. Da sempre, Prof. Amato. Perché gli “ordinamenti generali”, come lei che è docente di diritto costituzionale “m’insegna”, hanno istituzionalmente il compito di garantire innanzitutto la sicurezza interna, oltre che assicurare la difesa dei confini della Patria e amministrare la giustizia.
Ai governi, quindi, a qualunque latitudine, i cittadini chiedono che la propria abitazione sia al sicuro dai ladri, nazionali, comunitari o extracomunitari. Chiedono di ritrovare l’automobile parcheggiata sotto casa. Chiedono di poter rincasare tranquillamente, anche a notte fonda. Lo stesso per i figli e le figlie.
È questo un problema che esige una speciale riflessione ed una dichiarazione come quella del Ministro Amato?
Ricordo di aver sentito tanti anni fa, in occasione di una conferenza sullo Stato ed sul suo ruolo nella società civile, una considerazione di un costituzionalista, il Prof. Marino Bon di Valsassina. Egli si diceva trasecolato per aver sentito una dichiarazione analoga a quella del Ministro Amato, del tipo “il governo garantirà l’ordine pubblico”. Ma cosa dovrebbe assicurare il Governo, si chiedeva l’illustre studioso? Se la funzione prima del governo è quella di assicurare la sicurezza dei cittadini.
Mi parve allora e mi pare oggi veramente la scoperta dell’acqua calda. Come l’espressione “tolleranza Zero”. Ma perché mai uno Stato (con la “S” maiuscola, naturalmente), attraverso la sua Polizia, i suoi Carabinieri, i suoi Giudici, dovrebbe ammettere una certa qual tolleranza rispetto ai reati. E, poi? Quale tolleranza? Per quali reati ed in quale misura? Il 20, il 10 per cento, di più, di meno o più dei reati?
È un ragionamento che da solo dimostra che si è fuori di ogni senso di responsabilità istituzionale. Perché, caro Ministro, nessun cittadino, a Destra e a Sinistra, ammette una certa qual tolleranza rispetto ai reati.
Tolleriamo lo scippo? E se la vecchietta viene trascinata sull’asfalto e battendo la testa muore?
Ma ci voleva tanto a pensare che la gente non tollera che un ubriaco al volante che uccide va punito? Ed un drogato? A proposito, che fine ha fatto Pannella dopo che i soliti obnubilati dallo spinello hanno ucciso povera gente che attraversava la strada?
Cosa diversa è, poi, comprendere le ragioni di comportamenti devianti e deviati. Ragioni culturali, come l’ignoranza, e sociali, come la povertà e la mancanza di lavoro. Lo Stato faccia la sua parte, per rimuovere, come si legge in Costituzione all’articolo 3, “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Ma chi sbaglia deve pagare, altrimenti s’introduce di fatto una causa di giustificazione che attua una spirale perversa di illegalità. Che può dar luogo a risposte comprensibili, come le “ronde padane”, ma che uno Stato degno di questo nome non può ammettere.
17 agosto 2007

 Il giudice e l’opinione pubblica
“La politica - ha detto il Ministro della giustizia, Mastella, nel dare notizia di un suo intervento con richiesta di chiarimenti sulla scarcerazione del presunto piromane di Latina e sulla mancata adozione di misure cautelari nei confronti di chi, sospettato di un precedente omicidio, ha nuovamente ucciso a Sanremo - deve tenere senz’altro presente la sensibilità crescente dell’opinione pubblica su questi fatti”.
Deve farlo anche il giudice? In sostanza, chi è chiamato ad esercitare l’azione penale, il Pubblico Ministero, o il Giudice per le indagini preliminari (G.I.P.), investito della richiesta di misure cautelari, deve preoccuparsi, nel decidere, della sensibilità dell’opinione pubblica rispetto a fatti che destano allarme sociale? Ed in quale misura, gli elementi di pericolosità sociale che provengono dalle informative della polizia giudiziaria o che il magistrato percepisce autonomamente, ad esempio dalla stampa, entrano nella valutazione che egli è chiamato ad adottare?
Il tema è molto delicato e tocca, da un lato, “la discrezionalità e l’autonomia dei magistrati” che – ha ribadito il Ministro – “bisogna rispettare”, e che giudici e pubblici ministeri, ovviamente, difendono a spada tratta come espressione della loro funzione, dall’altro la sensibilità dei cittadini di fronte all’allarme sociale che consegue a certi comportamenti delittuosi. Considerato che ciò che colpisce non è tanto il delitto in sé, quanto la presunta incapacità delle istituzioni, globalmente considerate, di prevenire un nuovo delitto, da parte di chi ha dimostrato di essere pericoloso, e l’impunità del reo (la scarcerazione “facile”).
A torto o a ragione sono questi i casi che minano agli occhi della gente il prestigio della magistratura, nei confronti della quale l’atteggiamento dell’opinione pubblica sconta una certa ritrosia del cittadino al rispetto delle regole (per tutte quelle tributarie), che la sola presenza dei giudici richiama.
In sostanza, come si difende la credibilità delle istituzioni, dello Stato e della Magistratura, che hanno tra i compiti fondamentali e primigeni quello di assicurare l’ordine e la sicurezza interna?
Problematiche che hanno affaticato generazioni di giuristi, politologi e sociologi, troppo complesse per lo spazio limitato di questa rubrica. La quale, tuttavia, ha il vantaggio di consentirci, e non è poco, di delimitare il tema. Da un lato i diritti delle persone, innocenti fino a prova contraria, e le procedure che li garantiscono, dall’altro la funzione di prevenzione rimessa all’autorità di pubblica sicurezza ed alle misure cautelari che essa, all’occorrenza, richiede al giudice.
E allora non c’è dubbio che il magistrato, che è chiamato a valutare i comportamenti umani ritenuti penalmente illeciti, la cui pericolosità sociale è alla base della previsione normativa del reato, è tenuto a valutare, in concreto, se il soggetto è effettivamente pericoloso, secondo le notizie delle quali è in possesso e degli elementi che provengono da altre fonti (dai mezzi d’informazione, ad esempio), perché potrebbe reiterare l’azione delittuosa. Magari il suo intervento può limitarsi a richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine sull’esigenza di ulteriori accertamenti.
Capisco che il carico degli affari nelle Procure penali è tale che il Pubblico Ministero in alcuni casi non è in condizione di percepire dalle carte quella pericolosità come poi si rivelerà, magari a distanza di tempo, conclamata in un delitto. Si pensi a tutte le persone che sono state oggetto di attenzione per disturbi mentali, che non si sa se e quando eventualmente potrebbero essere nuovamente pericolose.
Tuttavia queste difficoltà non dovrebbero far venir meno l’attenzione per l’esigenza di monitorare alcune situazioni potenzialmente pericolose. Vale innanzitutto per le forze dell’ordine, ma anche per la magistratura, che in questo caso devono lavorare d’intesa. Perché una cosa è che sfugga l’ennesimo truffatore, altra che possa impunemente essere lasciato libero di reiterare il delitto chi ha dimostrato potenzialità eversive dell’ordine pubblico o di costituire una minaccia per la sicurezza dei cittadini.
È il caso dell’ubriaco, fermato più volte, ed al quale è stata sospesa la patente, che investa, uccidendola, ancora ubriaco, una giovane ed esce di prigione tra l’ira dei parenti e della gente.
Non c’è dubbio che le carte siano formalmente a posto. Che il giudice abbia valutato, nell’adottare il provvedimento di scarcerazione, la sussistenza di alcune condizioni previste dalla legge. Ad esempio, la pericolosità del soggetto e la sua potenziale attitudine a reiterare il delitto. È una valutazione discrezionale che, tuttavia, non va adottata sulla base di un mero formalismo. Altrimenti potrebbe provvedervi anche un computer con un semplice programmino che, a fronte della previsione normativa puntualmente definita, consenta, una volta immessi alcuni dati sul comportamento del presunto responsabile, di individuare il provvedimento da adottare.
La discrezionalità del giudice è altra cosa ed è responsabilità preziosa per la democrazia e le istituzioni.
Non è condizionato dalla “sensibilità” dell’opinione pubblica che, al limite, potrebbe essere fuorviante. Ma deve tenerne conto, nella misura in cui le misure cautelari che è chiamato ad adottare corrispondono, nella loro determinazione legislativa e nella adozione concreta che si attende, alla pericolosità sociale che il legislatore ha ritenuto di dover individuare.
Se la norma non consente questa consonanza, se il giudice ritiene che, rispetto all’esigenza di impedire delitti o di punire i colpevoli, egli non ha gli strumenti adatti, ha il dovere di rappresentarlo a Governo e Parlamento. A questo servono le relazioni in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Cassazione e delle Corti d’appello.
Perché, attenzione, la giustizia non può ignorare il consenso dell’opinione pubblica sull’effettività del suo ruolo, soprattutto oggi, nella società dell’immagine e dei mass media. Nessuna istituzione può a lungo sostenere un deficit di consenso. Lo dimostra la politica, con la crisi profonda che vive oggi agli occhi della gente.
Ma la Magistratura, che già subisce gli effetti negativi della resistenza della classe politica ad accettare il controllo giudiziario, non può permettersi di non riscuotere il consenso dell’opinione pubblica. Perché questo aprirebbe la strada ad una “normalizzazione” dell’ordine giudiziario che buona parte della classe politica persegue o è disponibile ad accettare.
12 agosto 2007

 Se il “tutore” dell’ordine non applica le nuove sanzioni per illeciti stradali.
Non se ne vergognano e nessuno lo fa loro notare. Neppure un quotidiano serio, come il Sole 24 Ore, che raccoglie queste dichiarazioni, sia pure anonime, a pagina 3 dell'edizione del 4 agosto, per la firma di Daniele Barzaghi.
Mi riferisco alle affermazioni, attribuite ad esponenti della Polizia Municipale di Roma e di Milano, a proposito delle nuove sanzioni previste dal Codice della strada a seguito del decreto legge varato dal Governo la settimana scorsa.
Secondo questi “tutori” dell’ordine, "le nuove regole non saranno applicate per un bel po'". Così la pensa un responsabile della Polizia Municipale di Roma. E da Milano aggiungono "sono decreti legge, utili come i ricoveri d'urgenza ma non basta. C'è sempre la possibilità che dopo 60 giorni non vengano confermati dal Parlamento, e di conseguenza tutte le multe elevate nei primi due mesi rischiano di essere annullate. Per questo le nuove sanzioni non verranno neanche applicate".
Dichiarazioni rigorosamente anonime. Frutto d'ignoranza e di disprezzo delle istituzioni. D’ignoranza, dacché è noto che il decreto legge entra in vigore immediatamente, all’atto della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Inoltre, è improbabile che venga bocciato e comunque, in caso di mancata conversione, “le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti”, come recita il terzo comma dell'articolo 77 della Costituzione.
Ignoranza crassa, spocchia e disprezzo dello Stato e delle istituzioni che andrebbe sanzionato. C'è da attendersi un intervento dei Sindaci di Roma e di Milano. Mi auguro anche un'indagine della Magistratura, della Procura della Repubblica e della Procura regionale della Corte dei conti. Sono dichiarazioni che hanno una rilevanza disciplinare e penale, il rifiuto di applicazione della legge, potenzialmente fonte di danno erariale per la mancata entrata nei bilanci comunali dell’importo delle sanzioni previste dal decreto.
8 agosto 2007

 Il catasto degli incendi ai prefetti per sottrarre i sindaci agli interessi locali.
La proposta è del Capo del Dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Affidare alle Prefetture, sottraendolo ai comuni, un compito che questi, in molti casi, hanno dimostrato di non essere in condizione di svolgere: la redazione del catasto delle aree distrutte dal fuoco che, per legge, non possono mutare destinazione.
La misura, suggerita nel corso dell’audizione di Bertolaso alla Commissione ambiente della Camera, è immaginata come temporanea ed è ampiamente condivisa. Sarebbe attuata con un’ordinanza di Protezione civile, nell’ambito delle misure d’emergenza per le zone del centro sud devastate dagli incendi. “La dichiarazione dello stato di calamità – ha precisato Bertolaso –ci consente di intervenire in questa direzione e nel giro di 90-120 giorni, con l’ausilio della Forestale, saremo in grado di avere la mappa aggiornata delle aree bruciate”.
Lo scopo è evidente. Evitare che le pressioni locali, mosse dagli interessi dei proprietari delle aree boschive, che intendono utilizzarle per finalità edilizie, possano prevalere sulla mappatura delle zone percosse dal fuoco, affidata ai comuni.
È la dimostrazione che alcune attività di competenza degli enti locali, specialmente in regioni a rischio malavita, possono essere influenzate dalla criminalità organizzata o comunque da interessi locali.
La pressione sui sindaci da parte dell’elettorato è forte. Ed ha effetti negativi sulla buona gestione, soprattutto dei beni patrimoniali della comunità. O di quelli affidati agli enti locali, come nel caso del demanio marittimo che in molti casi segue logiche clientelari, ad esempio nella determinazione e riscossione dei canoni.
Ed allora, perché una misura temporanea? Lo Stato si deve riappropriare delle funzioni che sono d’interesse generale, come la tutela del patrimonio naturalistico della Nazione.
5 agosto 2007

 Quando il Ministro della giustizia “bacchetta” un giudice!
Clementina Forleo, non mi è simpatica. In televisione, intervistata da Daria Bignardi, a “Le invasioni barbariche”, mi è sembrata “caricata”, imprudente nel linguaggio, che per un magistrato dovrebbe essere sempre misurato. E poi ha l’intervista facile, da evitare quando si è chiamati a ius dicere in nome del Popolo Italiano. Non mi ha convinto neppure quando ha distinto i guerriglieri dai terroristi, nel processo che ha mandato assolti il marocchino Mohamed Daki e degli altri due nord africani accusati di associazione con finalità di terrorismo internazionale. Non ha convinto neppure la Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza con rinvio, per “vizi di motivazione”.
Anche nella vicenda della richiesta di rendere "utilizzabili" nel processo le intercettazioni telefoniche in cui sono incappati i Ds Massimo D'Alema, Nicola Latorre, Piero Fassino; il senatore e i deputati di Forza Italia, Grillo, Comincioli e Cicu, a Giuseppe D’avanzo, sul Corriere della Sera di oggi, sembra che la Forleo in alcuni passi dell’ordinanza “scivoli in qualche eccesso moralistico e sovrattono".
Non sono queste, tuttavia, le censure dell’On. Mastella. Il Ministro della giustizia ipotizza nell’iniziativa del giudice “una potenziale lesione dei diritti e dell'immagine di soggetti estranei al processo”. I “soggetti estranei” sono, nel comunicato del Ministro, i politici di cui si parla. Quelli che la Forleo definisce “complici consapevoli”. Come avrebbe dovuto qualificare la loro posizione se, a torto o a ragione, li ritiene complici di un reato?
La Forleo continua a non essermi simpatica per quanto già detto. Ma l’On. Mastella, che, invece, mi è umanamente simpatico, si rivela in questo caso più uomo di fazione che ministro della Repubblica. Un po’ come quando ha difeso l’emendamento Fuda, che intendeva far retroagire l’inizio della prescrizione nell’azione di responsabilità amministrativa per gli illeciti contabili, con la conseguenza che sarebbe stato impedito al Pubblico ministero della Corte dei conti di chiedere il ristoro dei danni subiti dall’Erario!
Senso dello Stato Signor Ministro! Quelle cose, le faccia dire da qualcuno dei suoi. Lei resti Ministro “della Repubblica”.
21 luglio 2007